Responsabilità del Comune per asserita insidia stradale (buca)

Cass. sez. III, 23/10/2026 n. 27.680, rel. Gianniti, esprime questo principio di diritto, in un caso di danno da caduta in  moto a seguito di buca stradale:

“In tema di responsabilità civile per danni cagionati da cose in custodia ex art. 2051 c.c., ai fini dell’elisione del nesso causale, la condotta del danneggiato non deve necessariamente presentare i caratteri dell’oggettiva imprevedibilità ed eccezionalità, essendo sufficiente che sia “oggettivamente colposa”, ossia caratterizzata dall’inosservanza della normale cautela esigibile e correlata alla situazione di rischio percepibile o superabile con l’ordinaria diligenza. Ne consegue che, in applicazione dell’art. 1227, primo comma, c.c., quanto più la situazione di pericolo è suscettibile di essere prevista e superata mediante l’adozione delle cautele normalmente attese in rapporto alle circostanze, tanto più l’imprudenza del danneggiato assume efficienza causale esclusiva nella determinazione del sinistro, interamente recidendo il nesso eziologico e degradando la cosa a mera occasione dell’evento lesivo”.

Antefatto processuale del merito:

<<1. La corte di merito, nel rigettare l’impugnazione, ha confermato la sentenza del giudice di primo grado, argomentando sulla mancanza di prova del nesso eziologico cosa-danno e sulla ricorrenza del caso fortuito evincibili dall’istruttoria.

Sotto il primo aspetto, la corte territoriale ha ritenuto che l’attore non avesse fornito la prova che la caduta fosse derivata dall’impatto con la disconnessione stradale, giacché i due testimoni escussi avevano visto il conducente solo quando era già caduto a terra e il rapporto della Polizia Urbana attestava il fondo bagnato.

In ogni caso, anche a voler ritenere provata la dinamica dei fatti, la corte ha ritenuto che la condotta del danneggiato era consistita in una pluralità di violazioni delle regole di prudenza e del Codice della Strada. In particolare, il Lu.Lo.: a) stava percorrendo la strada urbana sul margine sinistro della corsia di pertinenza anziché in prossimità del margine destro (come prescritto dall’art. 143 C.d.S.), ponendosi così nelle immediate e pericolose adiacenze della rotaia della metropolitana di superficie e della relativa scanalatura; b) alla guida del ciclomotore e con pioggia in atto, per immettersi nell’ingresso del piazzale del mercato, anziché superare la fine della rotaia (oltre la quale vi era tutto lo spazio utile per svoltare in sicurezza), aveva anticipato la manovra di svolta compiendo un “taglio” della carreggiata e attraversando obliquamente il binario in ferro e la relativa scanalatura proprio nel punto d’innesto con la disconnessione; c) risiedeva dal 1982 in via Omissis (a circa 400 metri dal luogo del sinistro), sicché la presenza dei binari di superficie (collocati nel 2003) e la conformazione dei luoghi gli erano ben note e verosimilmente conosciute. Alle circostanze che precedono si aggiungeva il fatto che: la presenza della pioggia richiedeva una guida particolarmente attenta in sella a un veicolo a due ruote; la disconnessione era di dimensioni apprezzabili (circa 30×40 cm per 20 cm di profondità), collocata intorno al binario delimitato da lastre in cemento chiare, con caratteristiche cromatiche ben distinguibili dall’asfalto, e non risultava del tutto allagata o nascosta; l’ampia carreggiata a senso unico, rettilinea e priva di traffico intenso o di intralci alla visuale (in orario diurno, ore 10:30), avrebbe consentito al Lu.Lo. di avvistare tempestivamente l’ostacolo ed evitare la disconnessione adottando l’ordinaria diligenza>>.

Si notino : 1) prova del nesso causale: prova difficile, anzi impossibile, se non ci sono testimoni della dinamica o filmati; 2) gli specifici fatti che provano la negligenza del danneggiato

Infortunio sul lavoro e negligenza del lavoratore concorrente con quella datoriale

Cass. sez. lav., 20/10/2026 n. 27.322, rel. Magnanensi:

antefatto processuale:

<<3. Con il secondo motivo si deduce violazione dell’art. 1227 cod. civ. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ. perché la Corte territoriale ha escluso che il dipendente avesse colpevolmente contribuito alla causazione del danno.

Viene in particolare censurata la decisione laddove si afferma che il sig. De.Gi. non aveva allegato, in termini circostanziali, quale sarebbe stata la negligenza, l’imprudenza, l’imperizia ovvero l’inosservanza di norme di cui il lavoratore poteva essere ritenuto responsabile; ad avviso del ricorrente, al contrario, l’allegazione era presente, avendo egli dedotto che il sinistro era avvenuto a causa dello scivolamento di un blocco di marmo durante la sua lavorazione, blocco che, per distrazione, il lavoratore avrebbe fatto cadere>>.

Risposta della SC:

<<3.1 Il motivo è inammissibile perché non si confronta con la motivazione che si limita ad evidenziare la genericità delle allegazioni in fatto ma aggiunge -che il sig. De.Gi. si era costituito tardivamente in primo grado, essendo così decaduto dalla possibilità di provare fatti che incidessero, in senso riduttivo, sul diritto di credito azionato in regresso dall’Inail, non potendosi giovare delle richieste di prova articolate dall’Istituto che non contemplavano ipotesi di corresponsabilità del lavoratore; -che le risultanze istruttorie raccolte “nel corso dei procedimenti inerenti all’infortunio in controversia consentono di escludere una corresponsabilità del lavoratore” (pag. 10); -che, comunque, quand’anche il prestatore di lavoro avesse serbato un comportamento colposo nell’esecuzione della prestazione, ciò non potrebbe risolversi a vantaggio del datore, posto che “nel caso di specie l’infortunio risulta ascrivibile all’obsolescenza del macchinario utilizzato dal dipendente nonché alla mancanza di segregazione degli organi in movimento”.

Con tutti i suddetti argomenti il motivo non si confronta, tendendo non tanto a lamentare una violazione di legge quanto a richiedere una rilettura del merito della controversia, inibita in questa sede di legittimità.

3.2 Il Collegio del merito ha, peraltro, fatto corretta applicazione dei principi di diritto più volte espressi da questa Corte.

Si veda, ex multis, Cass. n. 4980/2023, per cui “il datore di lavoro è responsabile anche dei danni ascrivibili a negligenza o imprudenza dei lavoratori o alla violazione, da parte degli stessi, di norme antinfortunistiche o di direttive, potendo ravvisarsi un concorso colposo della vittima nel solo caso in cui la stessa abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento e creare condizioni di rischio estranee alle normali modalità del lavoro da svolgere“. Pertanto, come afferma Cass. n. 3763/2021, il cd. rischio elettivo, che comporta la responsabilità esclusiva del lavoratore, sussiste soltanto ove questi abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, sulla base di una scelta arbitraria volta a creare e ad affrontare, volutamente, per ragioni o impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente l’attività lavorativa, creando condizioni di rischio estranee alle normali modalità del lavoro da svolgere e ponendosi, in tal modo, come causa esclusiva dell’evento dannoso>>.

Caso giuridicamente interessante, pur se l’esito lascia perplessi.

Ad art. 1227 vigente, non è chiaro: – se la sentenza di appello abbia esattamente escluso ogni concorso del lavoratore; – perchè la giurisprudenza ravvisi il concorso solo quando la condotta del lavoratore sia causa esclusiva dell’evento, visto che un tale requisito manca nell’art. 1227 cit..

Accordi in sede di separazione personale: non tutto è sindacabile dal giudice del divorzio (tra patti necessari e patti eventuali)

Cass. sez. I, 22/10/2026 n. 27.533, rel. Scalia:

<<12. I motivi del ricorso incidentale non sono fondati.
La loro trattazione richiede di precisare il criterio che governa la qualificazione degli accordi conclusi dai coniugi in sede di separazione e di stabilire quale sia lo statuto della cognizione del giudice del divorzio rispetto alle pattuizioni aventi causa nella separazione, o altrimenti necessarie, e a quelle che in essa trovano soltanto occasione, o altrimenti eventuali.
12.1. Questa Corte ha infatti chiarito che gli accordi di separazione possono contenere sia clausole aventi causa nella separazione personale, dirette ad attuare i doveri di solidarietà conseguenti alla cessazione della convivenza, sia negozi patrimoniali autonomi che trovano nella separazione una mera occasione e non la propria causa concreta, per poi precisare che solo i primi sono suscettibili di essere superati dalla successiva regolamentazione economica del divorzio, mentre i secondi continuano a produrre effetti secondo le regole proprie dell’autonomia privata.
Si è altresì chiarito (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16909 del 19/08/2015; Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 20034 del 22/07/2024) che tale distinzione deve essere operata attraverso un’indagine ermeneutica volta ad accertare la funzione concretamente perseguita dalle parti – se essenziale, o meno, alla disciplina del rapporto coniugale dopo la sua crisi – senza fare coincidere il discrimine con la mera tipicità o atipicità della prestazione.
In questa prospettiva, la distinzione tra “contenuto necessario” e “contenuto eventuale” delle clausole della separazione non rileva soltanto ai fini della loro modificabilità nel giudizio di divorzio, ma individua il diverso statuto della cognizione del giudice sullo status.
Con riguardo alle clausole aventi causa nella separazione, o a “contenuto necessario”, il giudice è chiamato ad un autonomo accertamento dei presupposti dell’assegno divorzile ed è titolare del potere di sostituire alla disciplina pattizia quella risultante dalla pronuncia giudiziale.
Con riguardo invece ai negozi patrimoniali autonomi o a “contenuto eventuale”, la cui disciplina rinviene solo occasione nella separazione, la cognizione del giudice del divorzio si arresta alla qualificazione della clausola e la relativa disciplina resta affidata all’applicazione delle regole dell’autonomia privata, da interpretarsi secondo i correlati canoni di ermeneutica generale (art. 1362 e ss. c.c.), e resta, come tale, sottratta ad ogni potere modificativo o conformativo all’interno del giudizio sullo status.
Può, pertanto, affermarsi il seguente principio di diritto:
“In tema di accordi conclusi in sede di separazione personale, la distinzione tra pattuizioni aventi causa nella separazione e negozi patrimoniali che in essa trovino mera occasione individua il diverso statuto della cognizione del giudice del divorzio; le prime, ancorché attuate mediante prestazioni atipiche, in quanto funzionali all’attuazione dei doveri di solidarietà coniugale, sono suscettibili di essere superate dalla regolamentazione conseguente al divorzio, previo autonomo accertamento dei relativi presupposti; rispetto ai secondi, invece, la cognizione del giudice del divorzio è limitata alla qualificazione della pattuizione e all’accertamento della sua autonoma causa patrimoniale, restando il rapporto disciplinato dalle regole dell’autonomia privata e sottratto, nel giudizio sullo status, a poteri modificativi o conformativi“>>.

Interessante è la successiva precisazione:

<<12.2. Vi è poi una ulteriore categoria quella delle clausole necessarie e purtuttavia prive di efficacia vincolante sul piano negoziale perché nulle per illiceità della causa, e tanto “alla stregua dei condizionamenti del patto stesso sulla libertà di difesa nel giudizio di divorzio, nonché della sua interferenza su decisioni collegate anche ad interessi di ordine generale” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 9840 del 20/09/1991): tali sono, ad esempio, gli obblighi di legge riguardanti la prole (Cass., Sez. 1, Ordinanza n. 2546 del 03/02/2025).
Nella radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale di cui all’art. 160 c.c., di tali accordi non può tenersi conto ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, non solo quando limitino o addirittura escludano il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto necessario a soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente tali esigenze, in quanto una preventiva pattuizione potrebbe influenzare il consenso al successivo divorzio (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 2224 del 30/01/2017; in termini, Cass., Sez. 6-1, Ordinanza n. 20745 del 28/06/2022).
Il limite all’autonomia privata non discende, pertanto, dalla natura patrimoniale dell’accordo, ma dalla sua idoneità a interferire con interessi indisponibili e con l’autonomo accertamento demandato al giudice nella successiva fase divorzile. Entro tale perimetro resta, invece, pienamente esercitabile l’autonomia negoziale dei coniugi rispetto agli interessi patrimoniali disponibili.
Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Nella regolamentazione pattizia della crisi coniugale, il discrimine tra il lecito esercizio dell’autonomia negoziale e la sua invalidità non risiede nel carattere patrimoniale dell’accordo, né nella sua riconducibilità al contenuto necessario della separazione, ma nella natura degli interessi sui quali esso è destinato a incidere; l’autonomia privata resta, pertanto, pienamente esplicabile rispetto agli interessi patrimoniali disponibili, mentre incontra il limite dell’art. 160 c.c. quando la pattuizione interferisca con diritti indisponibili o sia idonea a condizionare l’autonomo accertamento riservato al giudice nella successiva fase divorzile“.
12.2.1. Fermo il limite dell’invalidità e, dunque, esclusa ogni efficacia vincolante o conformativa rispetto all’assegno divorzile, siffatte clausole possono nondimeno essere valorizzate dal giudice sul diverso piano probatorio e, più propriamente, indiziario, quali fatti storici rilevanti ai fini dell’autonomo accertamento dei presupposti dell’assegno.
Questa Corte ha in più occasioni ricordato l’utilità del ragionamento presuntivo al fine di provare i presupposti dell’assegno divorzile (da ultimo, Cass., sez. 1, 09/02/2026 n. 2884, che richiama, in motivazione, Cass. SU n. 18287/2018), nel rilievo che l’accordo raggiunto in sede di separazione può rilevare come dato presuntivo suscettibile di essere apprezzato in favore della parte richiedente l’assegno, per il principio di acquisizione probatoria presente nel vigente ordinamento processuale, in forza del quale le risultanze istruttorie comunque ottenute appartengono al processo e possono essere utilizzate ai fini della decisione (tra le molte: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 9863 del 13/04/2023).>>

Circa l’infortunio dell’alunno a sé stesso, la SC ribadisce le regole note sulla responsabilità contrattuale dell’Istituto scolastico: deve trattarsi di danno da rischio anomalo e non prevedibile

In un caso di frattura al dito a seguito di presa non corretta del pallone da basket (esito frequente per chi pratica detto sport, purtroppo), non c’è responsabilità (contrattuale) della scuola, secondo Cass. sez. III, 19/10/2026 n. 27.244, rel. Cricenti:

<<Le Sezioni Unite hanno chiarito che, nel caso di danno arrecato dall’alunno a sé stesso, il rapporto con la scuola ha natura contrattuale; la scuola assume un obbligo di protezione e vigilanza e deve dimostrare che l’evento è dipeso da una causa non imputabile. La presunzione di cui all’art. 2048 c.c. riguarda invece il danno cagionato dall’allievo a un terzo (Sez. Un. n. 9346/2002).

Il principio è stato ribadito da pronunce successive, per cui l’istituto deve provare il corretto adempimento dell’obbligo di vigilanza o l’impossibilità dell’adempimento per causa non imputabile, mentre l’attore deve dimostrare il nesso causale tra il fatto verificatosi e il danno (Cass. n. 2114/2024) [NO: l’attore deve provare – o allegare- il preciso inadempimento e il nesso causale: ma la SC lo specifica subito dopo]. Ne deriva che il ricorso non può fondarsi semplicemente sull’affermazione che l’infortunio è avvenuto durante l’orario scolastico. Occorre individuare una condotta inadempiente della scuola o dell’insegnante e il rapporto causale tra tale condotta e il danno. Inoltre, si è esclusa la responsabilità della scuola in un caso nel quale un alunno si era infortunato durante una partita, quando l’attività era ordinaria, l’insegnante era presente, il campo era idoneo e l’evento si era verificato in modo repentino e non evitabile (Cass. ord. n. 9983/2019).

Nel caso esaminato dalla sentenza qui impugnata, tali elementi sono stati ritenuti provati attraverso la relazione del docente e la testimonianza resa in giudizio.

(…)

La sentenza impugnata, peraltro, ha esaminato la questione centrale: ha riconosciuto l’obbligo di vigilanza e ha ritenuto raggiunta la prova dell’adempimento e della non imputabilità dell’evento. Per superare tale ratio sarebbe stato necessario dimostrare che il Tribunale avesse applicato un criterio giuridico errato, non limitarsi a sostenere che le prove avrebbero dovuto essere valutate diversamente.

Il primo motivo appare pertanto inammissibile nella parte in cui sollecita una rivalutazione del materiale probatorio, e infondato nella parte in cui denuncia una violazione degli artt. 2043, 2048 e 2050 c.c. Quanto all’art. 2050 c.c., i ricorrenti non dispiegano adeguatamente perché l’attività scolastica descritta dovesse essere considerata attività pericolosa in senso tecnico. Il semplice svolgimento di esercizi o giochi con il pallone durante l’ora di educazione fisica non determina, di per sé, l’applicazione dell’art. 2050 c.c.  (….)

La sentenza ha inoltre preso posizione sul dato ritenuto decisivo: l’evento si era verificato durante l’attività scolastica, ma era stato ritenuto repentino, imprevedibile e non prevenibile. Il fatto che il giudice non abbia condiviso la qualificazione prospettata dagli appellanti, attuali ricorrenti, non integra omessa pronuncia.

Del tutto irrilevante è poi la questione se la partita fosse di pallavolo o di pallacanestro e se svolta in luogo non idoneo anziché in palestra: ciò in quanto la sentenza d’appello è basata esclusivamente sull’esistenza di una partita di pallavolo. Il giudice del gravame ha precisato che il riferimento contenuto nella sentenza di primo grado alla partita di pallavolo non incideva sulla correttezza della decisione, perché la rivalutazione complessiva dell’istruttoria aveva comunque dimostrato l’imprevedibilità e la non evitabilità dell’evento. Il giudice d’appello ha quindi superato l’eventuale imprecisione terminologica del primo giudice, fondando la decisione sulla relazione dell’insegnante e sulla deposizione testimoniale. 3.3.-

In conclusione, la responsabilità dell’istituto per il danno che l’alunno cagiona a se stesso, durante una pratica sportiva, presuppone che, da un lato, quel danno sia la concretizzazione di un rischio anomalo, cioè non connesso normalmente allo sport praticato; per altro lato, che non sia imprevedibile o inevitabile. La prova della imprevedibilità grava sul convenuto, essendo prova liberatoria nella responsabilità contrattuale – cui il caso del danno a se stesso è riconducibile -, ma il giudizio relativo all’esistenza di tale prova è un giudizio fattuale, che non può essere censurato in sede di legittimità se non per difetto radicale di motivazione>>.

Assegno a favore del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente e legittimazione ad agire del genitore col quale convive

Cass. Sez. I, 18 ottobre 2026 n. 27.140 Rel. Costanzo
<<In tema di mantenimento dei figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, la legittimazione del genitore convivente ad agire iure proprio per ottenere dall’altro il contributo al mantenimento permane quando il figlio non abbia proposto autonoma domanda, il genitore continui a provvedere alle sue esigenze e la convivenza risulti allegata e accertata, senza che occorra una nuova allegazione in appello in assenza di contestazioni o sopravvenienze. Tale legittimazione non sussiste, invece, in capo al genitore che non conviva più con il figlio maggiorenne trasferitosi altrove, ferma restando la distinta pretesa diretta del figlio.
La riduzione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato non può fondarsi sul mero richiamo alla sua capacità lavorativa o all’autoresponsabilità: il giudice deve valutare concretamente e con motivazione adeguata i redditi da attività professionale, distinguendoli dalle somme percepite a titolo di assegno, e comparare le condizioni economiche delle parti>>.
(massima di Valeria Cianciolo in Ondif)

Costituzione testamentaria di usufrutto oppure sostituzione fedecommissaria vietata? Va correttamente interpretato il testamento

Precisazioni sul tema in Cass. sez. II, 10/10/2026 n. 26.568 rel. Pirari:

<<A questo riguardo, occorre prendere le mosse dalla differenza esistente tra costituzione testamentaria di usufrutto e sostituzione fedecommissaria vietata, laddove sussiste la prima quando sia stata prevista l’attribuzione separata e simultanea a soggetti diversi della nuda proprietà e dell’usufrutto dei beni ereditari e la seconda quando un soggetto sia designato erede universale con l’obbligo – in virtù di una duplice chiamata secondo un ordine successivo – di conservare e restituire alla propria morte i beni a favore del sostituito, al quale viene trasmesso il medesimo diritto attribuito all’istituito (Cass., Sez. 2, 10/1/1995, n. 243; Cass., Sez. 2, 18/07/2005 n. 15130).

Nel primo caso, ossia quando le disposizioni sono dirette e simultanee e non in ordine successivo, si ha una formale istituzione di erede del nudo proprietario e i chiamati non succedono l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, mentre la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisce un effetto non della successione, ma della vis espansiva della proprietà (Cass., Sez. 2, 24/02/2009, n. 4435). In tale ipotesi, è erede soltanto colui a cui sia attribuita la nuda proprietà del compendio dei beni ereditari e non anche colui a cui sia attribuito, contestualmente, il diritto di godimento dei medesimi, sicché è solo costui che può esercitare i relativi poteri fin dal momento dell’apertura della successione (Cass., Sez. 2, 15/10/2018, n. 25698).

Nel secondo caso, invece, l’elemento della duplice vocazione in ordine successivo, con efficacia della posteriore dopo la morte dell’istituito anteriore, il quale ha, perciò, l’obbligo di conservare l’eredità onde poterla restituire, così come gli è pervenuta, all’erede sostituito, rende nulla la clausola ai sensi dell’art. 692, quinto comma, c.c. (salvi i casi eccezionali di sua validità come previsti nei precedenti commi della stessa disposizione normativa, sostituiti per effetto della Legge di riforma del diritto di famiglia 19 maggio 1975, n. 151, art. 197) (si veda Cass., Sez. 2, 20/10/2014 , n. 22168).

Pertanto, come chiarito da Cass., Sez. 2, 15/10/2018, n. 25698, gli elementi che identificano la sostituzione fedecommissaria sono tre: 1) occorre, anzitutto, una doppia vocazione testamentaria, nel senso, cioè, che deve contenere due o più disposizioni dei medesimi beni in proprietà a favore di due o più persone chiamate a succedere l’una dopo l’altra, di modo che al sostituito è devoluta l’eredità del testatore non già direttamente da costui, ma indirettamente a mezzo del chiamato anteriore, che è gravato dall’obbligo della restituzione, e al quale, pertanto, egli – quale erede successivo del testatore – non si sostituisce, come nella sostituzione ordinaria, ma sussegue; 2) è necessario, in secondo luogo, che il testatore abbia imposto al primo chiamato l’obbligo di conservare e restituire i beni formanti oggetto della disposizione, precisandosi che tale obbligo può risultare da un’espressa disposizione del testamento, o dal contesto di esso, ovvero desumersi dalla circostanza che la disposizione non può ricevere la sua esecuzione che mediante la conservazione e la restituzione dei beni, o anche desumersi dal divieto di alienarli; 3) infine, l’ultimo requisito si sostanzia nel c.d. “ordine successivo”, il quale implica che l’istituito è tenuto a conservare i beni per tutta la vita, onde restituirli alla sua morte a titolo di successione al sostituito, che viene così a succedere indirettamente al testatore.

Da ciò consegue che l’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca dell’effettiva volontà del de cuius, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria. Nell’ambito di tale attività, occorre poi tener presente che l’indagine non può limitarsi a valorizzare esclusivamente l’espressione “vita natural durante” usata dal testatore con riferimento alla disposizione a favore di uno dei soggetti onorati. Infatti, la durata della vita del beneficiario assume rilievo sia nel caso in cui sia attribuito il diritto di usufrutto, sia nell’ipotesi in cui venga conferito il diritto di proprietà piena a favore dell’istituito nella sostituzione fedecommissaria, atteso che la durata della vita dell’usufruttuario costituisce la misura temporale del diritto reale conferito ed è al termine della vita dell’onorato che diventa operante la chiamata dei sostituiti nella sostituzione fedecommissaria (Cass., Sez. 2, 18/07/2005, n. 15130).

Alla stregua di quanto detto, occorre, in definitiva, procedere all’interpretazione del testamento, che è caratterizzata, rispetto a quella del contratto, da una più penetrante ricerca, al di là della mera dichiarazione, della volontà del testatore, la quale, alla stregua delle regole ermeneutiche di cui all’art. 1362 c.c. (applicabili, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria), va individuata sulla base dell’esame globale della scheda testamentaria e con riferimento, essenzialmente nei casi dubbi, anche a elementi estrinseci alla scheda, come la cultura, la mentalità e l’ambiente di vita del testatore; con la conseguenza che il giudice di merito può attribuire alle parole usate dal testatore un significato diverso da quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva dell’atto, che esse siano state adoperate in senso diverso, purché non contrastante e antitetico, e si prestino a esprimere, nel modo più adeguato e coerente, la reale intenzione del de cuius (Cass., Sez. 2, 3/12/2010 n. 24637; Cass., Sez. 2, 28/7/2015 n. 15931; Cass., Sez. 2, 24-4-2018); il tutto, salvaguardando il principio di conservazione del testamento (Cass., Sez. 2, 1/3/2024, n. 5487; Cass., Sez. 2, 14/10/2013, n. 23278; Cass., Sez. 2, 21/02/2007, n. 4022), fin dove possibile, salvo il caso di nullità.

Soltanto all’esito di tale attività ermeneutica è possibile stabilire se vi sia stata un’attribuzione (separata) simultanea, a distinti soggetti, della nuda proprietà e dell’usufrutto dei beni ereditari, oppure una sostituzione fedecommissaria (Cass., Sez. 2, 17/04/2001, n. 5604): nel primo caso l’attribuzione ai chiamati in via successiva di due diritti diversi, rispettivamente di godimento al primo e di nuda proprietà al secondo, fa sì che erede sia soltanto il nudo proprietario; nel secondo caso, l’attribuzione all’onorato dell’usufrutto di diritti e obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede fa sì che la seconda istituzione sia nulla.

Di questa disamina non vi è alcun richiamo nella sentenza impugnata, la quale anzi afferma che l’istituita, ancorché destinataria di un mero diritto di usufrutto, era da considerarsi erede universale, senza considerare la contraddittorietà dell’affermazione, posto che, essendovi sostituzione fedecommissaria dei chiamati successivi e dunque nullità della relativa istituzione, il primo istituito non può essere usufruttuario e al contempo erede universale>>.

L’obbligo di collazione sorge automaticamente: pertanto nel giudizio divisorio non è necessario proporre esplicitamente la relativa domanda

Cass. sez. II, 11/06/2026 n. 19.114 rell Maccarrone:

<<In tema di divisione ereditaria, l’istituto della collazione, che, in presenza di donazioni fatte in vita dal “de cuius” e salva apposita dispensa di quest’ultimo, impone il conferimento del bene che ne è oggetto in natura o per imputazione, ha la finalità di assicurare l’equilibrio e la parità di trattamento tra i vari condividenti nella formazione della massa ereditaria, così da non alterare il rapporto di valore tra le varie quote determinate attraverso la sommatoria del “relictum” e del “donatum” al momento dell’apertura della successione, sicché il relativo obbligo sorge automaticamente in seguito ad essa, senza necessità di proporre espressa domanda da parte del condividente, essendo a tal fine sufficiente che sia chiesta la divisione del patrimonio relitto e che sia menzionata, in esso, l’esistenza di determinati beni quali oggetto di pregressa donazione>>.

Non comoda divisibilità dei beni e diritto ai beni in natura: art. 720 cc vs. art. 718 cc

Cass. sez. II, 15/10/2026 n. 26.885, rel. Picaro, interessante anche per la (giusta) attenzione ai fatti di causa, non frequente davanti alla SC:

<<1.1. e 2.1. I primi due motivi di ricorso vanno esaminati congiuntamente, per la loro interconnessione, nella parte in cui censurano la sentenza impugnata per avere privilegiato il criterio dell’assegnazione dei beni al maggior quotista con addebito dell’eccedenza dell’art. 720 c.c., rispetto al criterio generale del soddisfacimento del coerede nella divisione mediante assegnazione dei beni in natura, dettato dall’art. 718 c.c., sul presupposto della non comoda divisibilità del compendio ereditario, sulla quale sarebbe stata resa una motivazione meramente apparente con violazione delle suindicate disposizioni codicistiche.

I motivi sono infondati, non solo perché censurano un giudizio di fatto quale quello reso dalla Corte distrettuale sulla non comoda divisibilità del compendio dei beni, che è riservato al giudice di merito, auspicando una rivalutazione in fatto di tale giudizio in sede di legittimità, che non è consentita, e non ipotizzano che il giudice di secondo grado avesse un’errata nozione degli articoli 718 e 720 c.c., ma anche perché il giudizio espresso è stato esaurientemente motivato dalla Corte capitolina.

Essa ha spiegato, parzialmente discostandosi dalla sentenza di primo grado, che aveva dato particolare rilievo alla conflittualità delle parti per giustificare la non comoda divisibilità del compendio dei beni, che nella specie la deroga alla previsione dell’art. 718 c.c., che privilegia l’assegnazione in natura a ciascun condividente di porzioni dei beni ereditari, in favore dell’applicazione del criterio dell’art. 720 c.c. dell’assegnazione al maggior quotista (nella specie le sorelle Co.An. e Co.An. che hanno fatto richiesta congiunta di assegnazione dei beni del compendio essendo titolari complessivamente della quota di 2/3), perché pur in presenza di una pluralità di beni immobili, distintamente accatastati e con ingressi separati, gli stessi non risultavano comodamente divisibili per una serie di ragioni:

a) l’appartamento al primo piano ed i due magazzini al piano strada erano parte di un unico villino (rectius fabbricato) cielo-terra, che si differenzia dagli edifici circostanti di sei-sette piani (come da CTU) e che proprio per tale sua caratteristica risulta particolarmente appetibile commercialmente, per cui un’assegnazione separata determinerebbe verosimilmente una riduzione di valore del compendio;

b) le ridotte dimensioni del locale magazzino con ingresso da via (Omissis), comporterebbero, in caso di assegnazione ad uno solo dei condividenti, l’obbligo a carico degli altri due condividenti di pagare al primo cospicui conguagli (vedi sull’esclusione della comoda divisibilità nel caso di necessità di pagamento di cospicui conguagli in denaro in funzione di riequilibrio tra i condividenti Cass. n. 27984/2023);

c) la presenza evidenziata dalla CTU di interferenze tra il terrazzo dell’appartamento ed il solaio del magazzino più grande sottostante e la comunanza dell’impianto idrico e di scarico delle acque chiare e scure tra un bagno del magazzino ed i bagni dell’appartamento sovrastante, comporterebbe, in caso di assegnazione degli immobili differenziata, la necessità di procedere a costosi lavori per rendere autonome e fruibili le singole porzioni (vedi sull’esclusione della comoda divisibilità nel caso in cui si rendano necessarie cospicue spese per rendere autonome le porzioni Cass. n.27984/2023).

Si tratta quindi di una motivazione che non può ritenersi inesistente, o meramente apparente solo perché non accoglie le aspettative del ricorrente, e che certamente integra il minimum costituzionale.

Va ricordato, infatti, che in tema di scioglimento di una comunione ereditaria avente ad oggetto un compendio immobiliare, l’accertamento del requisito della comoda divisibilità del bene, ai sensi dell’art. 720 c.c., è riservato all’apprezzamento di fatto del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione congrua, coerente e completa (Cass. n.7961/2003).

Il concetto di comoda divisibilità di un immobile, a cui fa riferimento l’art. 720 c.c., del resto, postula, sotto l’aspetto strutturale, che il frazionamento del bene sia attuabile mediante determinazione di porzioni suscettibili di autonomo e libero godimento che possano formarsi senza dover fronteggiare problemi tecnici eccessivamente costosi e, sotto l’aspetto economico – funzionale, che la divisione non incida sull’originaria destinazione del bene e non comporti un sensibile deprezzamento del valore delle singole quote rapportate proporzionalmente al valore dell’intero, tenuto conto della normale destinazione ed utilizzazione del bene stesso (Cass. n. 14540/2004; Cass. n. 18135/2004, n. 18135, secondo cui, in tema di divisione giudiziale, l’art. 720 cc., che disciplina l’ipotesi della non comoda divisibilità di immobili, costituisce una deroga al principio generale posto dall’art. 718 cc., il quale attribuisce a ciascun coerede il diritto di conseguire in natura la parte dei beni a lui spettanti con le modalità stabilite dai successivi artt. 726 e 727). Ne consegue che la non comoda divisibilità di un immobile va ritenuta ove risulti adeguatamente accertata la ricorrenza dei relativi presupposti, i quali consistono, sotto l’aspetto strutturale, o nell’estrema ipotesi dell’irrealizzabilità fisica del frazionamento, o nell’impossibilità in concreto di realizzare porzioni suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitù, pesi o limitazioni eccessivi, e non richiedenti opere complesse e/o di notevole costo, e, sotto l’aspetto economico – funzionale, nel sensibile deprezzamento del valore delle porzioni rispetto al valore dell’intero.>>

La responsabilità per danni da cosa in custodia (immobile) è personale e non si trasmette agli aventi causa in caso di vendita

Cass. sez. II, 15/10/2026 n. 26.902 rel. Maccarrone, con giudizio condivisibile:

<<È infatti orientamento interpretativo pacifico della Corte di legittimità che l’obbligazione di risarcire il danno immobiliare riconducibile all’ambito di operatività dell’art. 2051 cod. civ., non è un’obbligazione propter rem che si trasferisce dal venditore al compratore insieme alla proprietà dell’immobile da cui il danno stesso proviene, ma costituisce un’obbligazione connessa alla qualità di custode dell’immobile nel momento in cui esso ha cagionato il danno (cfr. Cass. n.18855/2013). In sostanza, in tema di condominio, il proprietario dell’appartamento danneggiato dalla cosa comune assume la posizione di terzo che subisce un danno per l’omessa manutenzione di parti comuni, il che implica l’insorgere, a carico dei condomini, di una responsabilità di tipo extracontrattuale, con esclusione dell’applicabilità della disciplina delle obbligazioni reali; ne consegue che l’acquirente di un immobile rientrante in un condominio non è tenuto al risarcimento se il fatto dannoso si è verificato prima del suo acquisto, dovendo rispondere del danno il proprietario dell’unità immobiliare al momento del fatto (cfr. Cass. SU n.9449/2016; Cass. n.16435/2025 e, per un’ipotesi simmetrica, anche Cass. n.16396/2025).

Pertanto nella valutazione dei contrasti sorti tra parte venditrice e parte acquirente/nuovo proprietario-condomino in relazione alla debenza di oneri risarcitori si deve considerare, in mancanza di espresse previsioni contrattuali specifiche, se il fatto dannoso sia occorso quando era proprietaria la parte venditrice; in ipotesi affermativa, è questa ad essere tenuta al pagamento e quindi a dover tenere indenne la parte acquirente del relativo esborso -che, in tesi, la parte acquirente nemmeno dovrebbe anticipare al condominio, non trattandosi appunto di onere condominiale in senso proprio ma di onere risarcitorio non trasmissibile propter rem-; in ipotesi negativa si deve comunque fare riferimento a chi era effettivamente proprietario/condomino all’epoca del sorgere dell’evento dannoso.>>

Ricorre “veduta” ex art. 900 c.c solo se l’affaccio è comodamente praticabile

Cass. sez. II, 13/10/2026 n. 26.801, rel. Mocci:

<<5.1. Va doverosamente premesso che, in tema di previsioni di distanze minime nell’ambito dei rapporti di vicinato, l’obbligo di osservare le stesse nelle costruzioni, valevole solo per le vedute e non altrettanto per le luci, sussiste anche con riferimento alle “pareti finestrate”, nozione riferibile alle pareti munite di finestre qualificabili come vedute, con esclusione delle pareti munite di luci, ovvero di quelle su cui si aprono finestre cosiddette “lucifere”, con necessità di una verifica giudiziale in concreto in relazione alle singole ipotesi (Sez. 2, n. 20314 del17 giugno 2026).

Orbene, affinché sussista una veduta, a norma dell’art. 900 c.c., è necessario, oltre al requisito della inspectio, anche quello della prospectio nel fondo del vicino, dovendo detta apertura non solo consentire di vedere e guardare frontalmente, ma anche di affacciarsi, vale a dire di guardare anche obliquamente e lateralmente, così assoggettando il fondo alieno ad una visione mobile e globale (Sez. 2, n. 36147 del 12 dicembre 2022; Sez. 6-2, n. 346 del 10 gennaio 2017).

In altri termini, un’apertura può essere considerata una veduta solo se consente, oltre alla mera illuminazione ed areazione dell’ambiente (inspectio), anche la possibilità di affacciarsi con una visuale ampia e mobile sul fondo del vicino (prospectio), comportando la possibilità di osservare non solo frontalmente, ma anche lateralmente e obliquamente la porzione di terreno viciniore.

5.2. Tuttavia, per configurare gli estremi di una veduta ai sensi dell’art. 900 c.c. conseguentemente soggetta alle regole di cui agli artt. 905 e 907 c.c. in tema di distanze, è altresì necessario che la cd. inspectio et prospectio in alienum, vale a dire le possibilità di “affacciarsi e guardare di fronte, obliquamente o lateralmente”, siano esercitabili in condizioni di sufficiente comodità e sicurezza (Sez. 2, n. 3043 del 10 febbraio 2020; Sez. 2, n. 18910 del 5 novembre 2012).

In definitiva, la veduta è tale se l’apertura non soltanto consente di vedere e guardare frontalmente, ma anche di affacciarsi, vale a dire di osservare non solo di fronte, ma anche obliquamente e lateralmente, così assoggettando il fondo alieno ad una visione mobile e globale, senza l’uso di mezzi artificiali, con comodità e sicurezza. L’accertamento giudiziale deve essere necessariamente volto anche ad evidenziare la destinazione normale e permanente

dell’opera, individuata alla stregua di elementi obbiettivi di carattere strutturale e funzionale>>.