Non rilevabilità d’ufficio della nullità brevettuale (per insufficiente descrizione) nonchè pro memoria delle modalità per condurre il giudizio di novità e originalità

Trib. Milano sez spec. impr. 20.07.2026 n. 6135, RG 40104/2020 , rel. Tota (sent non definitiva), aderisce alla tesi per cui  la rilevabilità di ufficio della nullità contrattuale non è estendibile ai brevetti inventivi.

Questione complessa, invero.  La ratio è analoga (evitare quam maxime che si dia corso ad effetti giuridici contrari all’ordinmento); però qui manca una disposizione ad hoc ed è dubbio se possa ravvisarsi tecnicamente una lacuna (dice di no il Trib , essenso l’azionabilità del PM).

<<La deduzione della nuova causa petendi costituita dall’ insufficiente descrizione del trovato è tardiva e ritiene il Tribunale che non possa darsi seguito alla tesi – avanzata da una parte della dottrina e dellagiurisprudenza di merito – secondo cui la nullità del brevetto può essere rilevata d’ufficio dal giudice, indipendentemente da una tempestiva allegazione e anche per cause diverse da quelle dedotte dalla parte, purché ciò avvenga salvaguardando il contraddittorio processuale. Tale opinione evoca l’autorità delle pronunce n. 26242 e 26243 del 12 dicembre 2014 delle Sezioni Unite,ad avviso delle quali, tra l’altro, “il giudice innanzi al quale sia stata proposta domanda di nullitàcontrattuale deve rilevare di ufficio l’esistenza di una causa di quest’ultima diversa da quella allegatadall’ istante, essendo quella domanda pertinente ad un diritto autodeterminato, sicché è individuata indipendentemente dallo specifico vizio dedotto in giudizio”.

L’opinione, qui non condivisa, si basa in sostanza sull’argomento per cui le medesime ragioni che militano a favore della rilevabilità d’ufficio della nullità contrattuale possono essere rinvenute a fortiori in materia brevettuale, atteso che gli interessi sottesi a una dichiarazione di nullità del brevetto rispondono ad esigenze di tutela del buon funzionamento del mercato (art. 41 Cost.) che trascendono gli interessi del singolo e tutelano i più ampi interessi della collettività all’eliminazione di ingiustificati ostacoli alla concorrenza e alla libertà di iniziativa economica (cosi ad es. App. Milano n. 3720/2017).

Senonché come affermato dalla Corte di Cassazione, con un orientamento da cui non vi è ragione didiscostarsi, la regola dettata dall’ art. 1421 cod. civ. non può essere trasposta nella materia dei titoli di proprietà industriale sia perché, diversamente da quanto accade nel contesto contrattuale, manca una norma che attribuisca al giudice poteri di rilievo officioso della nullità dei brevetti, sia perché nella materia dei titoli di proprietà industriale è ravvisabile un diverso meccanismo di protezione dell’ interesse pubblico, rappresentato dalla legittimazione all’esercizio dell’azione di nullità in capo al Pubblico Ministero ex art. 122, comma 1, c.p.i. (Cass. n. 735/2020, Cass. n. 4771/2018, Cass.n. 13090/2013).

Rispetto alla valutazione della Suprema Corte può solo aggiungersi che l’esistenza di un interesse superindividuale alla difesa della libera concorrenza dai monopoli illegittimi non può giustificare l’applicazione analogica di una norma quale è quella che istituisce un potere di rilievo officioso del giudice, giacché il meccanismo alternativo di protezione di quell’interesse affidato al Pubblico Ministero impedisce senz’altro di ravvisare una lacuna nel sistema della legge.

Ne discende che la deduzione della nullità fondata sulla causa petendi dell’insufficiente descrizione del brevetto, proposta dalla convenuta durante le operazioni peritali, per un verso è tardiva, in quanto proposta dopo la scadenza dei termini dell’ art. 183 c.p.c., e per altro verso non può essere esaminata d’ufficio dal Tribunale>>.

Poi ricorda il modo per condurre il giudizio di novità e attività ijnventiva:

<<Non è inutile rammentare in proposito che un’ invenzione è considerata “nuova” se non è compresa nello “stato della tecnica” e che ai fini del giudizio di novità può considerarsi compreso nello stato della tecnica tutto ciò che è stato reso accessibile al pubblico in Italia o all’estero prima della data dideposito della domanda, “mediante una descrizione scritta od orale, una utilizzazione o un qualsiasialtro mezzo” (art. 46 c.p.i.). Un’ invenzione, d’altro canto, è originale, implica, cioè, un’attività inventivase, per una persona esperta del ramo, essa “non risulta in modo evidente” dallo stato dell’arte (art. 48c.p.i.).

L’esame della novità si svolge confrontando l’ invenzione di cui si tratta con ciascuna anteriorità e si ha assenza di novità se l’ invenzione coincide integralmente con una di esse, nel senso che tutte le caratteristiche del trovato sono anticipate da quel singolo documento.   Se invece l’ invenzione coincide con una somma di anteriorità, ciascuna identica ad una parte dell’ invenzione, questa deve essere ritenuta provvista di novità: in altri termini ai fini del giudizio di novità (e diversamente da quanto avviene per il giudizio di originalità) le anteriorità non si compongono in mosaico ma restano isolate ciascuna nella propria individualità.

E’, quindi, distruttivo della novità ciò che si legge direttamente nel documento anteriore e non anche ciò che può da questo essere ricavato per via di ulteriori deduzioni e sperimentazioni, sicché nell’esame della novità dell’ invenzione rispetto all’anteriore stato della tecnica non è possibile procedere al raggruppamento di più anteriorità tra loro distinte.   Per distruggere la novità del trovato deve considerarsi il contenuto complessivo della pubblicazione anteriore quale ricavabile dall’esperto del ramo, senza integrazione alcuna del suo sapere specialistico, ed eventuali modifiche o sviluppi dell’ informazione tecnica contenuta nel documento non fanno parte di ciò che viene da esso rivelato, potendo semmai tali sviluppi e modifiche rilevare nel giudizio di originalità dell’invenzione, ossia nella valutazione dell’attività inventiva.

Nell’analisi del requisito di attività inventiva, è necessario determinare la “tecnica anteriore più vicina”, individuando quella anteriorità che costituisce il migliore punto di partenza per giungere alla soluzione rivendicata dalla privativa in esame e che normalmente ha il maggior numero di caratteristiche incomune con la soluzione oggetto di rivendicazione o che permette il minimo numero di modifiche per giungere alla soluzione rivendicata, selezionando le caratteristiche (“caratteristiche distintive”) che ne distinguono l’ insegnamento.

Va quindi determinato il “problema tecnico oggettivo” che l’ invenzione intende risolvere (“problem and solution approach”) e, individuate le competenze dell’esperto del ramo, deve stabilirsi se lo stesso, partendo dalla “tecnica anteriore più vicina”, avrebbe risolto in modo ovvio il problema tecnico e quindi sarebbe giunto banalmente alla soluzione rivendicata in esame, eventualmente combinando tra loro gli insegnamenti della tecnica anteriore più vicina con una o più anteriorità o con le conoscenze generali del settore.

Il tecnico del ramo – si ritiene – deve limitarsi ai collegamenti ovvi tra la anteriorità rilevanti, senza porre in essere un’attività creativa. In questi confini può combinare e raggruppare gli insegnamenti della tecnica anteriore più vicina con quelli di una diversa anteriorità quando e purché, alla data di deposito della privativa, sussista uno stimolo univoco a metterla in atto e non una mera possibilità di compiere tale operazione (not simply could, but would).Il giudizio di evidenza dell’ invenzione implica che, a differenza del giudizio di novità, le anteriorità nonvengano considerate isolatamente, per essere comparate con l’ invenzione, ma si compongano ” in un mosaico”.

Il tecnico medio deve valutare a tale fine se l’ invenzione discende in modo evidente dall’ insieme delle anteriorità costituenti lo stato della tecnica, retrodatando il giudizio alla data del deposito del brevetto o della priorità rivendicata.

Il giudizio di originalità del brevetto deve quindi essere effettuato mediante le seguenti operazioni:

– individuazione del tecnico esperto del ramo;

– determinazione del “problema tecnico oggettivo” che l’invenzione intende risolvere;

– verifica della “tecnica anteriore più vicina”, individuando quella anteriorità che costituisce il migliore punto di partenza per giungere alla soluzione rivendicata della privativa in esame;

– valutazione se il tecnico esperto del ramo, partendo dalla “tecnica anteriore più vicina”, avrebbe risolto in modo ovvio il problema tecnico oggettivo, anche combinando tra loro gli insegnamenti della tecnica anteriore più vicina con un’altra anteriorità o con gli insegnamenti generali del settore tecnico della soluzione rivendicata.

-verifica se l’esperto, visto lo stato della tecnica, sarebbe stato in grado di suggerire lui stesso le caratteristiche tecniche rivendicate per ottenere il risultato raggiunto dall’invenzione rivendicata>>.

Sull’originalità si può ricordare la recente Cass. 22.06.2026 n. 21.230 (così massimata da Giustizia Civile Massimario 2026):

<<In tema di brevetto, nel giudizio di evidenza della soluzione brevettuale, esulano dallo stato della tecnica e non escludono l’originalità dell’invenzione, quelle conoscenze remote che, pur divulgate, sono state dimenticate o cadute in disuso, sicché non hanno più influenzato lo sviluppo del settore, come pure quelle conoscenze che, per essere sempre risalenti nel tempo, ma acquisite in settori diversi, debbano in concreto reputarsi estranee al bagaglio culturale dell’operatore del settore in cui si colloca il trovato. (Nella fattispecie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva accolto la domanda di nullità del brevetto in ragione di un’anteriorità rappresentata da uno studio pubblicato su una rivista specializzata trentacinque anni prima della data di deposito della domanda di brevetto, in difetto della prova incombente su parte appellante della circostanza che le conoscenze esposte in quello studio risalente non avessero influenzato il successivo sviluppo della tecnica)>>.

Invalidità del marchio perchè depositato in mala fede

Un caso di malafede da manuale, come suol dirsi, quello deciso da Trib. UE 06.10.2026. T-650/25, Vacu Activ Marcin Leśniak c. EUIPO-Lakhomoff e AR Group Roman Tchir.

Era infatti stato depositato per prevenire la registrazione in UE di un identico marchio che controparte aveva già in precedenza depositato e ottenuto in USA. E lo aveva incredibilmente ammesso nella fase impugnatoria amministrativa.

Premesse le usuali considerazioni generali sulla disciplina della invalidità per deposito in mala fede:

<< 50  Consequently, the absolute ground for invalidity referred to in Article 59(1)(b) of Regulation 2017/1001 applies where it is apparent from relevant and consistent indicia that the proprietor of an EU trade mark has filed the application for registration of that mark not with the aim of engaging fairly in competition but with the intention of undermining, in a manner inconsistent with honest practices, the interests of third parties, or with the intention of obtaining, without even targeting a specific third party, an exclusive right for purposes other than those falling within the functions of a trade mark, in particular the essential function of indicating origin (judgment of 12 September 2019, Koton Mağazacilik Tekstil Sanayi ve Ticaret v EUIPO, C‑104/18 P, EU:C:2019:724, paragraph 46).

51 In the second place, the intention of an applicant for a trade mark is a subjective factor which must, however, be determined objectively by the competent administrative or judicial authorities. Consequently, any claim of bad faith must be the subject of an overall assessment, taking into account all the factual circumstances relevant to the particular case. It is only in that manner that a claim of bad faith can be assessed objectively (see judgment of 12 September 2019, Koton Mağazacilik Tekstil Sanayi ve Ticaret v EUIPO, C‑104/18 P, EU:C:2019:724, paragraph 47 and the case-law cited).

52 The factors taken into account by the case-law in the context of the overall analysis undertaken pursuant to Article 59(1)(b) of Regulation 2017/1001 include, in particular: the fact that the applicant knows or must know that a third party is using, in at least one Member State, an identical or similar sign for an identical or similar product or service capable of being confused with the sign for which registration is sought; the applicant’s intention to prevent that third party from continuing to use such a sign; the degree of legal protection enjoyed by the signs at issue; the applicant’s intention to prevent that third party from marketing a product; the origin of the contested sign and its use since its creation; the commercial logic underlying the filing of the application for registration of the sign as an EU trade mark and the chronology of events relating to that filing (see judgment of 14 May 2025, Techtex v EUIPO – Alberts (Dr.Albert), T‑327/24, not published, EU:T:2025:490, paragraph 33 and the case-law cited).

53 In the third place, it must be borne in mind that it is for the applicant for a declaration of invalidity to prove the circumstances which substantiate a finding that the proprietor of an EU trade mark was acting in bad faith when it filed the application for registration of that mark (see judgment of 8 May 2014, Simca Europe v OHIM – PSA Peugeot Citroën (Simca), T‑327/12, EU:T:2014:240, paragraph 35 and the case-law cited), good faith being presumed until proven otherwise (see judgment of 21 April 2021, Hasbro v EUIPO – Kreativni Dogadaji (MONOPOLY), T‑663/19, EU:T:2021:211, paragraph 42 and the case-law cited).

54 Lastly, it should be noted that the registration of a trade mark by an applicant without any intention to use it in relation to the goods and services covered by that registration may constitute bad faith, where there is no rationale for the application for registration in the light of the aims referred to in Regulation 2017/1001. Such bad faith may, however, be established only if there is objective, relevant and consistent indicia tending to show that, when the application for a trade mark was filed, the trade mark applicant had the intention either of undermining, in a manner inconsistent with honest practices, the interests of third parties, or of obtaining, without even targeting a specific third party, an exclusive right for purposes other than those falling within the functions of a trade mark (see judgment of 29 January 2020, Sky and Others, C‑371/18, EU:C:2020:45, paragraph 77 and the case-law cited)>>,

premesso ciò, ecco i fatti che inducono il Tribunale a confermare l’accertamento di deposito in mala fede, già emesso nella fase amministrativa:

<< 56  In the present case, it is apparent from the objective, relevant and consistent indicia, within the meaning of the case-law cited in paragraph 54 above, on which the Board of Appeal relied in the contested decision, that the applicant, when it filed the application for registration of the contested mark, did not intend to make use of that mark in a manner falling within the functions of a trade mark, but to prevent the interveners from using a mark similar to its own, an intention which it expressly acknowledged during the proceedings before the two adjudicating bodies of EUIPO. In its observations of 15 June 2023 on the application for a declaration of invalidity, the applicant explained that it had filed the application for registration of the contested mark, in view of the similarity between the sign VACUACTIVUS and its earlier marks Vacu Activ, in order to prevent any infringement of those earlier marks. Furthermore, as was noted by the Board of Appeal in the contested decision, the applicant was aware of the use made of the sign VACUACTIVUS by the interveners in the United States as well as of the registration of that sign as a trade mark in that territory and of the interveners’ intention to obtain protection of that sign within the European Union, as it also admits. Moreover, the applicant filed an opposition to that application on the basis of its earlier figurative trade mark, which led to the refusal, on formal grounds, of protection within the European Union in respect of the international registration>>.

A nulla serve che il deposito fosse stato anche finalizzato a proteggere un proprio precedente marchio simile: ci sono forse strumenti adatti allo scopo (da noi il marchio c.d. difensivo ex art. 24.4 cpi, di dubbia coerenza però con la disciplina UE) e quelli avrebbe semmai dovuto utilizzare.

Responsabilità del Comune per asserita insidia stradale (buca)

Cass. sez. III, 23/10/2026 n. 27.680, rel. Gianniti, esprime questo principio di diritto, in un caso di danno da caduta in  moto a seguito di buca stradale:

“In tema di responsabilità civile per danni cagionati da cose in custodia ex art. 2051 c.c., ai fini dell’elisione del nesso causale, la condotta del danneggiato non deve necessariamente presentare i caratteri dell’oggettiva imprevedibilità ed eccezionalità, essendo sufficiente che sia “oggettivamente colposa”, ossia caratterizzata dall’inosservanza della normale cautela esigibile e correlata alla situazione di rischio percepibile o superabile con l’ordinaria diligenza. Ne consegue che, in applicazione dell’art. 1227, primo comma, c.c., quanto più la situazione di pericolo è suscettibile di essere prevista e superata mediante l’adozione delle cautele normalmente attese in rapporto alle circostanze, tanto più l’imprudenza del danneggiato assume efficienza causale esclusiva nella determinazione del sinistro, interamente recidendo il nesso eziologico e degradando la cosa a mera occasione dell’evento lesivo”.

Antefatto processuale del merito:

<<1. La corte di merito, nel rigettare l’impugnazione, ha confermato la sentenza del giudice di primo grado, argomentando sulla mancanza di prova del nesso eziologico cosa-danno e sulla ricorrenza del caso fortuito evincibili dall’istruttoria.

Sotto il primo aspetto, la corte territoriale ha ritenuto che l’attore non avesse fornito la prova che la caduta fosse derivata dall’impatto con la disconnessione stradale, giacché i due testimoni escussi avevano visto il conducente solo quando era già caduto a terra e il rapporto della Polizia Urbana attestava il fondo bagnato.

In ogni caso, anche a voler ritenere provata la dinamica dei fatti, la corte ha ritenuto che la condotta del danneggiato era consistita in una pluralità di violazioni delle regole di prudenza e del Codice della Strada. In particolare, il Lu.Lo.: a) stava percorrendo la strada urbana sul margine sinistro della corsia di pertinenza anziché in prossimità del margine destro (come prescritto dall’art. 143 C.d.S.), ponendosi così nelle immediate e pericolose adiacenze della rotaia della metropolitana di superficie e della relativa scanalatura; b) alla guida del ciclomotore e con pioggia in atto, per immettersi nell’ingresso del piazzale del mercato, anziché superare la fine della rotaia (oltre la quale vi era tutto lo spazio utile per svoltare in sicurezza), aveva anticipato la manovra di svolta compiendo un “taglio” della carreggiata e attraversando obliquamente il binario in ferro e la relativa scanalatura proprio nel punto d’innesto con la disconnessione; c) risiedeva dal 1982 in via Omissis (a circa 400 metri dal luogo del sinistro), sicché la presenza dei binari di superficie (collocati nel 2003) e la conformazione dei luoghi gli erano ben note e verosimilmente conosciute. Alle circostanze che precedono si aggiungeva il fatto che: la presenza della pioggia richiedeva una guida particolarmente attenta in sella a un veicolo a due ruote; la disconnessione era di dimensioni apprezzabili (circa 30×40 cm per 20 cm di profondità), collocata intorno al binario delimitato da lastre in cemento chiare, con caratteristiche cromatiche ben distinguibili dall’asfalto, e non risultava del tutto allagata o nascosta; l’ampia carreggiata a senso unico, rettilinea e priva di traffico intenso o di intralci alla visuale (in orario diurno, ore 10:30), avrebbe consentito al Lu.Lo. di avvistare tempestivamente l’ostacolo ed evitare la disconnessione adottando l’ordinaria diligenza>>.

Si notino : 1) prova del nesso causale: prova difficile, anzi impossibile, se non ci sono testimoni della dinamica o filmati; 2) gli specifici fatti che provano la negligenza del danneggiato

Infortunio sul lavoro e negligenza del lavoratore concorrente con quella datoriale

Cass. sez. lav., 20/10/2026 n. 27.322, rel. Magnanensi:

antefatto processuale:

<<3. Con il secondo motivo si deduce violazione dell’art. 1227 cod. civ. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, cod. proc. civ. perché la Corte territoriale ha escluso che il dipendente avesse colpevolmente contribuito alla causazione del danno.

Viene in particolare censurata la decisione laddove si afferma che il sig. De.Gi. non aveva allegato, in termini circostanziali, quale sarebbe stata la negligenza, l’imprudenza, l’imperizia ovvero l’inosservanza di norme di cui il lavoratore poteva essere ritenuto responsabile; ad avviso del ricorrente, al contrario, l’allegazione era presente, avendo egli dedotto che il sinistro era avvenuto a causa dello scivolamento di un blocco di marmo durante la sua lavorazione, blocco che, per distrazione, il lavoratore avrebbe fatto cadere>>.

Risposta della SC:

<<3.1 Il motivo è inammissibile perché non si confronta con la motivazione che si limita ad evidenziare la genericità delle allegazioni in fatto ma aggiunge -che il sig. De.Gi. si era costituito tardivamente in primo grado, essendo così decaduto dalla possibilità di provare fatti che incidessero, in senso riduttivo, sul diritto di credito azionato in regresso dall’Inail, non potendosi giovare delle richieste di prova articolate dall’Istituto che non contemplavano ipotesi di corresponsabilità del lavoratore; -che le risultanze istruttorie raccolte “nel corso dei procedimenti inerenti all’infortunio in controversia consentono di escludere una corresponsabilità del lavoratore” (pag. 10); -che, comunque, quand’anche il prestatore di lavoro avesse serbato un comportamento colposo nell’esecuzione della prestazione, ciò non potrebbe risolversi a vantaggio del datore, posto che “nel caso di specie l’infortunio risulta ascrivibile all’obsolescenza del macchinario utilizzato dal dipendente nonché alla mancanza di segregazione degli organi in movimento”.

Con tutti i suddetti argomenti il motivo non si confronta, tendendo non tanto a lamentare una violazione di legge quanto a richiedere una rilettura del merito della controversia, inibita in questa sede di legittimità.

3.2 Il Collegio del merito ha, peraltro, fatto corretta applicazione dei principi di diritto più volte espressi da questa Corte.

Si veda, ex multis, Cass. n. 4980/2023, per cui “il datore di lavoro è responsabile anche dei danni ascrivibili a negligenza o imprudenza dei lavoratori o alla violazione, da parte degli stessi, di norme antinfortunistiche o di direttive, potendo ravvisarsi un concorso colposo della vittima nel solo caso in cui la stessa abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell’evento e creare condizioni di rischio estranee alle normali modalità del lavoro da svolgere“. Pertanto, come afferma Cass. n. 3763/2021, il cd. rischio elettivo, che comporta la responsabilità esclusiva del lavoratore, sussiste soltanto ove questi abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, sulla base di una scelta arbitraria volta a creare e ad affrontare, volutamente, per ragioni o impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente l’attività lavorativa, creando condizioni di rischio estranee alle normali modalità del lavoro da svolgere e ponendosi, in tal modo, come causa esclusiva dell’evento dannoso>>.

Caso giuridicamente interessante, pur se l’esito lascia perplessi.

Ad art. 1227 vigente, non è chiaro: – se la sentenza di appello abbia esattamente escluso ogni concorso del lavoratore; – perchè la giurisprudenza ravvisi il concorso solo quando la condotta del lavoratore sia causa esclusiva dell’evento, visto che un tale requisito manca nell’art. 1227 cit..

Accordi in sede di separazione personale: non tutto è sindacabile dal giudice del divorzio (tra patti necessari e patti eventuali)

Cass. sez. I, 22/10/2026 n. 27.533, rel. Scalia:

<<12. I motivi del ricorso incidentale non sono fondati.
La loro trattazione richiede di precisare il criterio che governa la qualificazione degli accordi conclusi dai coniugi in sede di separazione e di stabilire quale sia lo statuto della cognizione del giudice del divorzio rispetto alle pattuizioni aventi causa nella separazione, o altrimenti necessarie, e a quelle che in essa trovano soltanto occasione, o altrimenti eventuali.
12.1. Questa Corte ha infatti chiarito che gli accordi di separazione possono contenere sia clausole aventi causa nella separazione personale, dirette ad attuare i doveri di solidarietà conseguenti alla cessazione della convivenza, sia negozi patrimoniali autonomi che trovano nella separazione una mera occasione e non la propria causa concreta, per poi precisare che solo i primi sono suscettibili di essere superati dalla successiva regolamentazione economica del divorzio, mentre i secondi continuano a produrre effetti secondo le regole proprie dell’autonomia privata.
Si è altresì chiarito (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 16909 del 19/08/2015; Cass. Sez. 1, Ordinanza n. 20034 del 22/07/2024) che tale distinzione deve essere operata attraverso un’indagine ermeneutica volta ad accertare la funzione concretamente perseguita dalle parti – se essenziale, o meno, alla disciplina del rapporto coniugale dopo la sua crisi – senza fare coincidere il discrimine con la mera tipicità o atipicità della prestazione.
In questa prospettiva, la distinzione tra “contenuto necessario” e “contenuto eventuale” delle clausole della separazione non rileva soltanto ai fini della loro modificabilità nel giudizio di divorzio, ma individua il diverso statuto della cognizione del giudice sullo status.
Con riguardo alle clausole aventi causa nella separazione, o a “contenuto necessario”, il giudice è chiamato ad un autonomo accertamento dei presupposti dell’assegno divorzile ed è titolare del potere di sostituire alla disciplina pattizia quella risultante dalla pronuncia giudiziale.
Con riguardo invece ai negozi patrimoniali autonomi o a “contenuto eventuale”, la cui disciplina rinviene solo occasione nella separazione, la cognizione del giudice del divorzio si arresta alla qualificazione della clausola e la relativa disciplina resta affidata all’applicazione delle regole dell’autonomia privata, da interpretarsi secondo i correlati canoni di ermeneutica generale (art. 1362 e ss. c.c.), e resta, come tale, sottratta ad ogni potere modificativo o conformativo all’interno del giudizio sullo status.
Può, pertanto, affermarsi il seguente principio di diritto:
“In tema di accordi conclusi in sede di separazione personale, la distinzione tra pattuizioni aventi causa nella separazione e negozi patrimoniali che in essa trovino mera occasione individua il diverso statuto della cognizione del giudice del divorzio; le prime, ancorché attuate mediante prestazioni atipiche, in quanto funzionali all’attuazione dei doveri di solidarietà coniugale, sono suscettibili di essere superate dalla regolamentazione conseguente al divorzio, previo autonomo accertamento dei relativi presupposti; rispetto ai secondi, invece, la cognizione del giudice del divorzio è limitata alla qualificazione della pattuizione e all’accertamento della sua autonoma causa patrimoniale, restando il rapporto disciplinato dalle regole dell’autonomia privata e sottratto, nel giudizio sullo status, a poteri modificativi o conformativi“>>.

Interessante è la successiva precisazione:

<<12.2. Vi è poi una ulteriore categoria quella delle clausole necessarie e purtuttavia prive di efficacia vincolante sul piano negoziale perché nulle per illiceità della causa, e tanto “alla stregua dei condizionamenti del patto stesso sulla libertà di difesa nel giudizio di divorzio, nonché della sua interferenza su decisioni collegate anche ad interessi di ordine generale” (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 9840 del 20/09/1991): tali sono, ad esempio, gli obblighi di legge riguardanti la prole (Cass., Sez. 1, Ordinanza n. 2546 del 03/02/2025).
Nella radicale indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale di cui all’art. 160 c.c., di tali accordi non può tenersi conto ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, non solo quando limitino o addirittura escludano il diritto del coniuge economicamente più debole al conseguimento di quanto necessario a soddisfare le esigenze della vita, ma anche quando soddisfino pienamente tali esigenze, in quanto una preventiva pattuizione potrebbe influenzare il consenso al successivo divorzio (Cass. Sez. 1, Sentenza n. 2224 del 30/01/2017; in termini, Cass., Sez. 6-1, Ordinanza n. 20745 del 28/06/2022).
Il limite all’autonomia privata non discende, pertanto, dalla natura patrimoniale dell’accordo, ma dalla sua idoneità a interferire con interessi indisponibili e con l’autonomo accertamento demandato al giudice nella successiva fase divorzile. Entro tale perimetro resta, invece, pienamente esercitabile l’autonomia negoziale dei coniugi rispetto agli interessi patrimoniali disponibili.
Può quindi affermarsi il seguente principio di diritto: “Nella regolamentazione pattizia della crisi coniugale, il discrimine tra il lecito esercizio dell’autonomia negoziale e la sua invalidità non risiede nel carattere patrimoniale dell’accordo, né nella sua riconducibilità al contenuto necessario della separazione, ma nella natura degli interessi sui quali esso è destinato a incidere; l’autonomia privata resta, pertanto, pienamente esplicabile rispetto agli interessi patrimoniali disponibili, mentre incontra il limite dell’art. 160 c.c. quando la pattuizione interferisca con diritti indisponibili o sia idonea a condizionare l’autonomo accertamento riservato al giudice nella successiva fase divorzile“.
12.2.1. Fermo il limite dell’invalidità e, dunque, esclusa ogni efficacia vincolante o conformativa rispetto all’assegno divorzile, siffatte clausole possono nondimeno essere valorizzate dal giudice sul diverso piano probatorio e, più propriamente, indiziario, quali fatti storici rilevanti ai fini dell’autonomo accertamento dei presupposti dell’assegno.
Questa Corte ha in più occasioni ricordato l’utilità del ragionamento presuntivo al fine di provare i presupposti dell’assegno divorzile (da ultimo, Cass., sez. 1, 09/02/2026 n. 2884, che richiama, in motivazione, Cass. SU n. 18287/2018), nel rilievo che l’accordo raggiunto in sede di separazione può rilevare come dato presuntivo suscettibile di essere apprezzato in favore della parte richiedente l’assegno, per il principio di acquisizione probatoria presente nel vigente ordinamento processuale, in forza del quale le risultanze istruttorie comunque ottenute appartengono al processo e possono essere utilizzate ai fini della decisione (tra le molte: Cass., Sez. 3, Sentenza n. 9863 del 13/04/2023).>>

Circa l’infortunio dell’alunno a sé stesso, la SC ribadisce le regole note sulla responsabilità contrattuale dell’Istituto scolastico: deve trattarsi di danno da rischio anomalo e non prevedibile

In un caso di frattura al dito a seguito di presa non corretta del pallone da basket (esito frequente per chi pratica detto sport, purtroppo), non c’è responsabilità (contrattuale) della scuola, secondo Cass. sez. III, 19/10/2026 n. 27.244, rel. Cricenti:

<<Le Sezioni Unite hanno chiarito che, nel caso di danno arrecato dall’alunno a sé stesso, il rapporto con la scuola ha natura contrattuale; la scuola assume un obbligo di protezione e vigilanza e deve dimostrare che l’evento è dipeso da una causa non imputabile. La presunzione di cui all’art. 2048 c.c. riguarda invece il danno cagionato dall’allievo a un terzo (Sez. Un. n. 9346/2002).

Il principio è stato ribadito da pronunce successive, per cui l’istituto deve provare il corretto adempimento dell’obbligo di vigilanza o l’impossibilità dell’adempimento per causa non imputabile, mentre l’attore deve dimostrare il nesso causale tra il fatto verificatosi e il danno (Cass. n. 2114/2024) [NO: l’attore deve provare – o allegare- il preciso inadempimento e il nesso causale: ma la SC lo specifica subito dopo]. Ne deriva che il ricorso non può fondarsi semplicemente sull’affermazione che l’infortunio è avvenuto durante l’orario scolastico. Occorre individuare una condotta inadempiente della scuola o dell’insegnante e il rapporto causale tra tale condotta e il danno. Inoltre, si è esclusa la responsabilità della scuola in un caso nel quale un alunno si era infortunato durante una partita, quando l’attività era ordinaria, l’insegnante era presente, il campo era idoneo e l’evento si era verificato in modo repentino e non evitabile (Cass. ord. n. 9983/2019).

Nel caso esaminato dalla sentenza qui impugnata, tali elementi sono stati ritenuti provati attraverso la relazione del docente e la testimonianza resa in giudizio.

(…)

La sentenza impugnata, peraltro, ha esaminato la questione centrale: ha riconosciuto l’obbligo di vigilanza e ha ritenuto raggiunta la prova dell’adempimento e della non imputabilità dell’evento. Per superare tale ratio sarebbe stato necessario dimostrare che il Tribunale avesse applicato un criterio giuridico errato, non limitarsi a sostenere che le prove avrebbero dovuto essere valutate diversamente.

Il primo motivo appare pertanto inammissibile nella parte in cui sollecita una rivalutazione del materiale probatorio, e infondato nella parte in cui denuncia una violazione degli artt. 2043, 2048 e 2050 c.c. Quanto all’art. 2050 c.c., i ricorrenti non dispiegano adeguatamente perché l’attività scolastica descritta dovesse essere considerata attività pericolosa in senso tecnico. Il semplice svolgimento di esercizi o giochi con il pallone durante l’ora di educazione fisica non determina, di per sé, l’applicazione dell’art. 2050 c.c.  (….)

La sentenza ha inoltre preso posizione sul dato ritenuto decisivo: l’evento si era verificato durante l’attività scolastica, ma era stato ritenuto repentino, imprevedibile e non prevenibile. Il fatto che il giudice non abbia condiviso la qualificazione prospettata dagli appellanti, attuali ricorrenti, non integra omessa pronuncia.

Del tutto irrilevante è poi la questione se la partita fosse di pallavolo o di pallacanestro e se svolta in luogo non idoneo anziché in palestra: ciò in quanto la sentenza d’appello è basata esclusivamente sull’esistenza di una partita di pallavolo. Il giudice del gravame ha precisato che il riferimento contenuto nella sentenza di primo grado alla partita di pallavolo non incideva sulla correttezza della decisione, perché la rivalutazione complessiva dell’istruttoria aveva comunque dimostrato l’imprevedibilità e la non evitabilità dell’evento. Il giudice d’appello ha quindi superato l’eventuale imprecisione terminologica del primo giudice, fondando la decisione sulla relazione dell’insegnante e sulla deposizione testimoniale. 3.3.-

In conclusione, la responsabilità dell’istituto per il danno che l’alunno cagiona a se stesso, durante una pratica sportiva, presuppone che, da un lato, quel danno sia la concretizzazione di un rischio anomalo, cioè non connesso normalmente allo sport praticato; per altro lato, che non sia imprevedibile o inevitabile. La prova della imprevedibilità grava sul convenuto, essendo prova liberatoria nella responsabilità contrattuale – cui il caso del danno a se stesso è riconducibile -, ma il giudizio relativo all’esistenza di tale prova è un giudizio fattuale, che non può essere censurato in sede di legittimità se non per difetto radicale di motivazione>>.

Assegno a favore del figlio maggiorenne non economicamente autosufficiente e legittimazione ad agire del genitore col quale convive

Cass. Sez. I, 18 ottobre 2026 n. 27.140 Rel. Costanzo
<<In tema di mantenimento dei figli maggiorenni non economicamente autosufficienti, la legittimazione del genitore convivente ad agire iure proprio per ottenere dall’altro il contributo al mantenimento permane quando il figlio non abbia proposto autonoma domanda, il genitore continui a provvedere alle sue esigenze e la convivenza risulti allegata e accertata, senza che occorra una nuova allegazione in appello in assenza di contestazioni o sopravvenienze. Tale legittimazione non sussiste, invece, in capo al genitore che non conviva più con il figlio maggiorenne trasferitosi altrove, ferma restando la distinta pretesa diretta del figlio.
La riduzione dell’assegno di mantenimento in favore del coniuge separato non può fondarsi sul mero richiamo alla sua capacità lavorativa o all’autoresponsabilità: il giudice deve valutare concretamente e con motivazione adeguata i redditi da attività professionale, distinguendoli dalle somme percepite a titolo di assegno, e comparare le condizioni economiche delle parti>>.
(massima di Valeria Cianciolo in Ondif)

Costituzione testamentaria di usufrutto oppure sostituzione fedecommissaria vietata? Va correttamente interpretato il testamento

Precisazioni sul tema in Cass. sez. II, 10/10/2026 n. 26.568 rel. Pirari:

<<A questo riguardo, occorre prendere le mosse dalla differenza esistente tra costituzione testamentaria di usufrutto e sostituzione fedecommissaria vietata, laddove sussiste la prima quando sia stata prevista l’attribuzione separata e simultanea a soggetti diversi della nuda proprietà e dell’usufrutto dei beni ereditari e la seconda quando un soggetto sia designato erede universale con l’obbligo – in virtù di una duplice chiamata secondo un ordine successivo – di conservare e restituire alla propria morte i beni a favore del sostituito, al quale viene trasmesso il medesimo diritto attribuito all’istituito (Cass., Sez. 2, 10/1/1995, n. 243; Cass., Sez. 2, 18/07/2005 n. 15130).

Nel primo caso, ossia quando le disposizioni sono dirette e simultanee e non in ordine successivo, si ha una formale istituzione di erede del nudo proprietario e i chiamati non succedono l’uno all’altro, ma direttamente al testatore, mentre la consolidazione tra usufrutto e nuda proprietà costituisce un effetto non della successione, ma della vis espansiva della proprietà (Cass., Sez. 2, 24/02/2009, n. 4435). In tale ipotesi, è erede soltanto colui a cui sia attribuita la nuda proprietà del compendio dei beni ereditari e non anche colui a cui sia attribuito, contestualmente, il diritto di godimento dei medesimi, sicché è solo costui che può esercitare i relativi poteri fin dal momento dell’apertura della successione (Cass., Sez. 2, 15/10/2018, n. 25698).

Nel secondo caso, invece, l’elemento della duplice vocazione in ordine successivo, con efficacia della posteriore dopo la morte dell’istituito anteriore, il quale ha, perciò, l’obbligo di conservare l’eredità onde poterla restituire, così come gli è pervenuta, all’erede sostituito, rende nulla la clausola ai sensi dell’art. 692, quinto comma, c.c. (salvi i casi eccezionali di sua validità come previsti nei precedenti commi della stessa disposizione normativa, sostituiti per effetto della Legge di riforma del diritto di famiglia 19 maggio 1975, n. 151, art. 197) (si veda Cass., Sez. 2, 20/10/2014 , n. 22168).

Pertanto, come chiarito da Cass., Sez. 2, 15/10/2018, n. 25698, gli elementi che identificano la sostituzione fedecommissaria sono tre: 1) occorre, anzitutto, una doppia vocazione testamentaria, nel senso, cioè, che deve contenere due o più disposizioni dei medesimi beni in proprietà a favore di due o più persone chiamate a succedere l’una dopo l’altra, di modo che al sostituito è devoluta l’eredità del testatore non già direttamente da costui, ma indirettamente a mezzo del chiamato anteriore, che è gravato dall’obbligo della restituzione, e al quale, pertanto, egli – quale erede successivo del testatore – non si sostituisce, come nella sostituzione ordinaria, ma sussegue; 2) è necessario, in secondo luogo, che il testatore abbia imposto al primo chiamato l’obbligo di conservare e restituire i beni formanti oggetto della disposizione, precisandosi che tale obbligo può risultare da un’espressa disposizione del testamento, o dal contesto di esso, ovvero desumersi dalla circostanza che la disposizione non può ricevere la sua esecuzione che mediante la conservazione e la restituzione dei beni, o anche desumersi dal divieto di alienarli; 3) infine, l’ultimo requisito si sostanzia nel c.d. “ordine successivo”, il quale implica che l’istituito è tenuto a conservare i beni per tutta la vita, onde restituirli alla sua morte a titolo di successione al sostituito, che viene così a succedere indirettamente al testatore.

Da ciò consegue che l’interpretazione di una disposizione testamentaria volta a determinare se il testatore abbia voluto disporre una sostituzione fedecommissaria o una costituzione testamentaria di usufrutto deve muovere dalla ricerca dell’effettiva volontà del de cuius, attraverso l’analisi delle finalità che il testatore intendeva perseguire, oltre che mediante il contenuto testuale della scheda testamentaria. Nell’ambito di tale attività, occorre poi tener presente che l’indagine non può limitarsi a valorizzare esclusivamente l’espressione “vita natural durante” usata dal testatore con riferimento alla disposizione a favore di uno dei soggetti onorati. Infatti, la durata della vita del beneficiario assume rilievo sia nel caso in cui sia attribuito il diritto di usufrutto, sia nell’ipotesi in cui venga conferito il diritto di proprietà piena a favore dell’istituito nella sostituzione fedecommissaria, atteso che la durata della vita dell’usufruttuario costituisce la misura temporale del diritto reale conferito ed è al termine della vita dell’onorato che diventa operante la chiamata dei sostituiti nella sostituzione fedecommissaria (Cass., Sez. 2, 18/07/2005, n. 15130).

Alla stregua di quanto detto, occorre, in definitiva, procedere all’interpretazione del testamento, che è caratterizzata, rispetto a quella del contratto, da una più penetrante ricerca, al di là della mera dichiarazione, della volontà del testatore, la quale, alla stregua delle regole ermeneutiche di cui all’art. 1362 c.c. (applicabili, con gli opportuni adattamenti, anche in materia testamentaria), va individuata sulla base dell’esame globale della scheda testamentaria e con riferimento, essenzialmente nei casi dubbi, anche a elementi estrinseci alla scheda, come la cultura, la mentalità e l’ambiente di vita del testatore; con la conseguenza che il giudice di merito può attribuire alle parole usate dal testatore un significato diverso da quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva dell’atto, che esse siano state adoperate in senso diverso, purché non contrastante e antitetico, e si prestino a esprimere, nel modo più adeguato e coerente, la reale intenzione del de cuius (Cass., Sez. 2, 3/12/2010 n. 24637; Cass., Sez. 2, 28/7/2015 n. 15931; Cass., Sez. 2, 24-4-2018); il tutto, salvaguardando il principio di conservazione del testamento (Cass., Sez. 2, 1/3/2024, n. 5487; Cass., Sez. 2, 14/10/2013, n. 23278; Cass., Sez. 2, 21/02/2007, n. 4022), fin dove possibile, salvo il caso di nullità.

Soltanto all’esito di tale attività ermeneutica è possibile stabilire se vi sia stata un’attribuzione (separata) simultanea, a distinti soggetti, della nuda proprietà e dell’usufrutto dei beni ereditari, oppure una sostituzione fedecommissaria (Cass., Sez. 2, 17/04/2001, n. 5604): nel primo caso l’attribuzione ai chiamati in via successiva di due diritti diversi, rispettivamente di godimento al primo e di nuda proprietà al secondo, fa sì che erede sia soltanto il nudo proprietario; nel secondo caso, l’attribuzione all’onorato dell’usufrutto di diritti e obblighi incompatibili con la qualità di usufruttuario e spettanti invece all’erede fa sì che la seconda istituzione sia nulla.

Di questa disamina non vi è alcun richiamo nella sentenza impugnata, la quale anzi afferma che l’istituita, ancorché destinataria di un mero diritto di usufrutto, era da considerarsi erede universale, senza considerare la contraddittorietà dell’affermazione, posto che, essendovi sostituzione fedecommissaria dei chiamati successivi e dunque nullità della relativa istituzione, il primo istituito non può essere usufruttuario e al contempo erede universale>>.

L’obbligo di collazione sorge automaticamente: pertanto nel giudizio divisorio non è necessario proporre esplicitamente la relativa domanda

Cass. sez. II, 11/06/2026 n. 19.114 rell Maccarrone:

<<In tema di divisione ereditaria, l’istituto della collazione, che, in presenza di donazioni fatte in vita dal “de cuius” e salva apposita dispensa di quest’ultimo, impone il conferimento del bene che ne è oggetto in natura o per imputazione, ha la finalità di assicurare l’equilibrio e la parità di trattamento tra i vari condividenti nella formazione della massa ereditaria, così da non alterare il rapporto di valore tra le varie quote determinate attraverso la sommatoria del “relictum” e del “donatum” al momento dell’apertura della successione, sicché il relativo obbligo sorge automaticamente in seguito ad essa, senza necessità di proporre espressa domanda da parte del condividente, essendo a tal fine sufficiente che sia chiesta la divisione del patrimonio relitto e che sia menzionata, in esso, l’esistenza di determinati beni quali oggetto di pregressa donazione>>.

Non comoda divisibilità dei beni e diritto ai beni in natura: art. 720 cc vs. art. 718 cc

Cass. sez. II, 15/10/2026 n. 26.885, rel. Picaro, interessante anche per la (giusta) attenzione ai fatti di causa, non frequente davanti alla SC:

<<1.1. e 2.1. I primi due motivi di ricorso vanno esaminati congiuntamente, per la loro interconnessione, nella parte in cui censurano la sentenza impugnata per avere privilegiato il criterio dell’assegnazione dei beni al maggior quotista con addebito dell’eccedenza dell’art. 720 c.c., rispetto al criterio generale del soddisfacimento del coerede nella divisione mediante assegnazione dei beni in natura, dettato dall’art. 718 c.c., sul presupposto della non comoda divisibilità del compendio ereditario, sulla quale sarebbe stata resa una motivazione meramente apparente con violazione delle suindicate disposizioni codicistiche.

I motivi sono infondati, non solo perché censurano un giudizio di fatto quale quello reso dalla Corte distrettuale sulla non comoda divisibilità del compendio dei beni, che è riservato al giudice di merito, auspicando una rivalutazione in fatto di tale giudizio in sede di legittimità, che non è consentita, e non ipotizzano che il giudice di secondo grado avesse un’errata nozione degli articoli 718 e 720 c.c., ma anche perché il giudizio espresso è stato esaurientemente motivato dalla Corte capitolina.

Essa ha spiegato, parzialmente discostandosi dalla sentenza di primo grado, che aveva dato particolare rilievo alla conflittualità delle parti per giustificare la non comoda divisibilità del compendio dei beni, che nella specie la deroga alla previsione dell’art. 718 c.c., che privilegia l’assegnazione in natura a ciascun condividente di porzioni dei beni ereditari, in favore dell’applicazione del criterio dell’art. 720 c.c. dell’assegnazione al maggior quotista (nella specie le sorelle Co.An. e Co.An. che hanno fatto richiesta congiunta di assegnazione dei beni del compendio essendo titolari complessivamente della quota di 2/3), perché pur in presenza di una pluralità di beni immobili, distintamente accatastati e con ingressi separati, gli stessi non risultavano comodamente divisibili per una serie di ragioni:

a) l’appartamento al primo piano ed i due magazzini al piano strada erano parte di un unico villino (rectius fabbricato) cielo-terra, che si differenzia dagli edifici circostanti di sei-sette piani (come da CTU) e che proprio per tale sua caratteristica risulta particolarmente appetibile commercialmente, per cui un’assegnazione separata determinerebbe verosimilmente una riduzione di valore del compendio;

b) le ridotte dimensioni del locale magazzino con ingresso da via (Omissis), comporterebbero, in caso di assegnazione ad uno solo dei condividenti, l’obbligo a carico degli altri due condividenti di pagare al primo cospicui conguagli (vedi sull’esclusione della comoda divisibilità nel caso di necessità di pagamento di cospicui conguagli in denaro in funzione di riequilibrio tra i condividenti Cass. n. 27984/2023);

c) la presenza evidenziata dalla CTU di interferenze tra il terrazzo dell’appartamento ed il solaio del magazzino più grande sottostante e la comunanza dell’impianto idrico e di scarico delle acque chiare e scure tra un bagno del magazzino ed i bagni dell’appartamento sovrastante, comporterebbe, in caso di assegnazione degli immobili differenziata, la necessità di procedere a costosi lavori per rendere autonome e fruibili le singole porzioni (vedi sull’esclusione della comoda divisibilità nel caso in cui si rendano necessarie cospicue spese per rendere autonome le porzioni Cass. n.27984/2023).

Si tratta quindi di una motivazione che non può ritenersi inesistente, o meramente apparente solo perché non accoglie le aspettative del ricorrente, e che certamente integra il minimum costituzionale.

Va ricordato, infatti, che in tema di scioglimento di una comunione ereditaria avente ad oggetto un compendio immobiliare, l’accertamento del requisito della comoda divisibilità del bene, ai sensi dell’art. 720 c.c., è riservato all’apprezzamento di fatto del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, se sorretto da motivazione congrua, coerente e completa (Cass. n.7961/2003).

Il concetto di comoda divisibilità di un immobile, a cui fa riferimento l’art. 720 c.c., del resto, postula, sotto l’aspetto strutturale, che il frazionamento del bene sia attuabile mediante determinazione di porzioni suscettibili di autonomo e libero godimento che possano formarsi senza dover fronteggiare problemi tecnici eccessivamente costosi e, sotto l’aspetto economico – funzionale, che la divisione non incida sull’originaria destinazione del bene e non comporti un sensibile deprezzamento del valore delle singole quote rapportate proporzionalmente al valore dell’intero, tenuto conto della normale destinazione ed utilizzazione del bene stesso (Cass. n. 14540/2004; Cass. n. 18135/2004, n. 18135, secondo cui, in tema di divisione giudiziale, l’art. 720 cc., che disciplina l’ipotesi della non comoda divisibilità di immobili, costituisce una deroga al principio generale posto dall’art. 718 cc., il quale attribuisce a ciascun coerede il diritto di conseguire in natura la parte dei beni a lui spettanti con le modalità stabilite dai successivi artt. 726 e 727). Ne consegue che la non comoda divisibilità di un immobile va ritenuta ove risulti adeguatamente accertata la ricorrenza dei relativi presupposti, i quali consistono, sotto l’aspetto strutturale, o nell’estrema ipotesi dell’irrealizzabilità fisica del frazionamento, o nell’impossibilità in concreto di realizzare porzioni suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitù, pesi o limitazioni eccessivi, e non richiedenti opere complesse e/o di notevole costo, e, sotto l’aspetto economico – funzionale, nel sensibile deprezzamento del valore delle porzioni rispetto al valore dell’intero.>>