Anche l’immobile abusivo permette di acquisire per usucapione la servitù di costruzione a distanza inferiore a quella di legge

Cass. sez. II, 25/08/2026 n. 24.767, rel. Caponi:

<<La Corte d’Appello ha accertato che il fabbricato dei resistenti era stato terminato al rustico nel 1980 e che le successive varianti non ne mutarono la consistenza nella parte prospiciente il fabbricato Sp.. Ne ha desunto che il dies a quo del possesso ad usucapionem coincide con il 1980 e che gli atti interruttivi posti in essere nei confronti di taluno dei compossessori non si estendono agli altri, poiché non si applica in materia di diritti reali il principio di solidarietà di cui all’art. 1310 c.c. (per tale regola, v. Cass. 11657/2018), sicché l’azione esercitata dagli Sp. nel 1983 nei confronti di Ca.Mi. e Ro.Ma. non ha prodotto effetto interruttivo verso le liti-sconsorti pretermesse Co.Lu. e Fr.Gi., e il termine ventennale è stato in-terrotto soltanto con la notifica della domanda di arretramento del 19 feb-braio 2002, quando l’usucapione si era già consolidata.

L’argomentazione adottata dalla Corte territoriale non incontra ostacoli nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui è infatti ammissibile l’ac-quisto per usucapione di una servitù avente ad oggetto il mantenimento di una costruzione a distanza inferiore a quella fissata dal codice civile o dai regolamenti e dagli strumenti urbanistici. Ciò anche quando la costruzione sia abusiva, atteso che il difetto della concessione edilizia esaurisce la sua rilevanza nell’ambito del rapporto pubblicistico, senza incidere sui requisiti del possesso ad usucapionem (tra le meno remote, Cass. 25843/2023, Cass. 25863/2021). La disciplina pubblicistica delle distanze opera in am-bito distinto rispetto alla disciplina civilistica del possesso il difetto del ti-tolo edilizio non rende il manufatto un tamquam non esset sul piano del diritto civile ma, in quanto opera materialmente esistente e percepibile dal titolare del fondo servente, è idoneo a fondare quel possesso continuativo che, ai sensi dell’art. 1158 c.c., conduce all’acquisto della servitù, per la quale, trattandosi di servitù continua esercitata con opere apparenti, è sufficiente l’esistenza obiettiva della costruzione>>.

Interessante assai per la pratica, poi, lo spunto della C di App.: l’opposizione ad uno dei compossessori non vale nei confronti degli altri, non applicandosi la regola dell’art. 1310 cc sulle obbligazioni solidali  (il compossesso è tutt’altro che raro).

Revisione dell’assegno divorzile, a suo tempo determinato dal giudice accogliendo in toto l’accordo delle parti, e mutazione solo qualitativa del patrimonio

Cass. sez. I, 21/07/2026 n. 23.622, rel. Scalia, affronta l’interessante questione della revisione dell’assegno divorzile quando la prima determinazione era stata frutto di accordo recepito dal giudice :

<<8.1. La Corte d’Appello di Bologna, nel giudizio di rinvio, ha dato applicazione al “dictum” della precedente ordinanza, procedendo a una nuova e completa ricostruzione delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, con riguardo alle sopravvenienze successive alla sentenza di divorzio.

I giudici di merito hanno rilevato che l’assegno divorzile originario era stato determinato sulla base della richiesta congiunta dei coniugi e che la sentenza di divorzio si era limitata a recepire tale accordo. In simili ipotesi, la decisione non esplicita la funzione dell’assegno: gli accordi delle parti, infatti, sono per loro natura “muti” sul punto, poiché non contengono alcun riferimento ai criteri legali di cui all’art. 5, comma 6, L. n. 898/1970, ai quali la conformazione dell’assegno dovrebbe ordinariamente ispirarsi.

Ne consegue che la funzione dell’indicata posta non è ricavabile dalla motivazione della sentenza né dai criteri legali, ma dal contenuto dell’accordo stesso.

Il principio, enunciato da questa Corte – secondo cui il giudice della revisione deve muovere dalla funzione dell’assegno previsto nella sentenza di divorzio, onde verificare l’incidenza delle sopravvenienze sulla debenza e sull’ammontare – va pertanto coordinato con la peculiare ipotesi dell’assegno “convenzionale” secondo la seguente declinazione: in caso di sentenza di divorzio che recepisca integralmente l’accordo delle parti in punto di determinazione del relativo assegno senza esplicitare i criteri di riferimento, il giudice non è chiamato a ricostruire “ex post” la natura dell’assegno mediante criteri giurisprudenziali sopravvenuti, ma deve limitarsi a valutare oggettivamente le sopravvenienze dedotte, verificandone l’incidenza sull’equilibrio economico tra gli ex coniugi.

La Corte territoriale ha accertato che la vendita della casa coniugale nel 2012 integra una modificazione “qualitativa” del patrimonio, non rilevante ai fini dell’art. 9 legge n. 898/1970, e che l’immobile ereditato da Se.Lo. nel 2019 non è di valore tale da alterare l’equilibrio economico tra le parti.>>

Esatta ma pacifica è la conclusione sull’altro tema  (mutazione solo qualitativa del patrimonio)

Ha diritto al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale il figlio concepito, ma non ancora nato al momento della morte del padre, causata dall’illecito del terzo

Cass. sez. III, 27/06/2026 n. 22.064, rel. Spaziani, con ragionamnetoi ed esito condivisibile:

<<5. Ciò posto, con specifico riguardo alla perdita del rapporto genitoriale da parte del figlio per effetto dell’illecito mortale subìto dal padre naturale durante la sua gestazione, proprio in ragione del già avvenuto concepimento e della peculiarità e tipicità del rapporto, quale tutelato dalla legge attraverso lo statuto di cui all’art.315-bis cod. civ., non si reputano condivisibili gli argomenti posti da Cass n.9048/2018 a fondamento del diniego del riconoscimento del diritto risarcitorio con riferimento alla ben diversa fattispecie della pretesa esercitata dai fratelli postumi per le conseguenze derivate dalla lesione del rapporto parentale asseritamente conseguita all’illecito subìto dal loro germano al momento della sua nascita e, quindi, in epoca necessariamente precedente al loro concepimento.

5.1. In primo luogo, infatti, poiché la prossima instaurazione della relazione genitoriale è la conseguenza “normale” del concepimento e poiché il rapporto affettivo ed educativo protetto dalla legge attraverso lo statuto dei diritti del figlio di cui all’art.315-bis cod. civ. costituisce la conseguenza “normale” dell’instaurazione della relazione genitoriale, deve ritenersi che, se tale relazione non può instaurarsi per effetto della morte del padre naturale provocata dal fatto illecito del terzo, la perdita del rapporto affettivo ed educativo tra padre e figlio costituisce la conseguenza “normale” di quell’illecito: sussiste, pertanto, secondo la regola di struttura della “causalità adeguata” o “regolarità causale”, il nesso di causalità materiale tra la condotta illecita del terzo e il danno-evento, costituito alla lesione del diritto del bambino al godimento del rapporto genitoriale; diritto, beninteso, sorto dopo la nascita e puntualizzatosi sulla sfera giuridica della persona del figlio e non su quella del concepito, con conseguente irrilevanza della questione dogmatica della capacità giuridica di quest’ultimo.

5.2. In secondo luogo, quanto alle conseguenze di tale lesione (le quali rilevano sotto i due profili del danno interiore-sofferenza morale e del danno esteriore-pregiudizio dinamico-relazionale: Cass.17/01/2018, n.901), va anzitutto osservato che esse, stante la peculiarità del rapporto genitoriale, costituiscono oggetto di presunzione iuris et de iure, non potendosi estendere a tale rapporto i criteri elaborati da questa Corte – v. in particolare, Cass. n.5769/2024; Cass. n.20269/2024; Cass. n.9617/2026 – con riferimento all’accertamento delle conseguenze pregiudizievoli nelle altre fattispecie di lesione o perdita del rapporto parentale, che ammettono il danneggiante a fornire la prova contraria dell’indifferenza affettiva o, persino, dell’odio intercorrente tra la vittima dell’illecito e il congiunto superstite; ciò in quanto l’interesse ad essere cresciuto in famiglia dai suoi genitori o comunque ad avere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno di loro, nonché a riceverne l’assistenza morale, la cura, l’istruzione e l’educazione necessaria ai fini della formazione della propria persona, costituisce oggetto di un vero e proprio diritto soggettivo del figlio, che si specifica, ad un tempo, come diritto fondamentale di solidarietà nel rapporto coi genitori (la cui violazione è fonte di sanzione per gli stessi genitori) e come diritto fondamentale di rispetto della personalità valevole erga omnes, donde sorge, quale correlativa situazione soggettiva passiva a carico dei terzi, il dovere negativo di astenersi dall’interferire illecitamente nel rapporto tra il figlio minore e i suoi genitori (arg. ex artt. 315-bis, 337-tere 147 cod. civ., come introdotti o sostituiti dalla legge n.219/2012 e dal D.Lgs. n. 154/2013, da leggersi, in senso convenzionalmente conforme, alla luce della regola contenuta nell’art.12 della Convenzione EDU e recepita nell’art.9 della Carta di Nizza, quale, a sua volta, interpretata dalla giurisprudenza convenzionale a partire dalla sentenza della Grande Camera sul caso Goodwin c. Regno Unito dell’11 luglio 2002).

5.3. Ciò posto con riguardo alle conseguenze dannose della lesione, non può escludersi, rispetto ad esse, la sussistenza del nesso di causalità giuridica sol perché il rapporto genitoriale non era ancora esistente al momento della condotta illecita, giacché esso era invece esistente al momento del secondo evento lesivo (la lesione del diritto del figlio a godere del rapporto con il padre), costituente la conseguenza indefettibile del primo (la morte del padre).

Al riguardo va sottolineato che la stessa Cass. n.9048/2018 ha ricordato la compatibilità – affermata dalle Sezioni Unite con la sentenza n.9556/2002 – del presupposto della causalità giuridica (consistente nel rapporto di conseguenzialità “immediata e diretta” di cui all’art.1223 cod. civ. tra l’evento lesivo e le conseguenze pregiudizievoli della lesione) con la categoria dei danni “riflessi o di rimbalzo”, quali danni sofferti iure proprio da persone diverse dalla vittima dell’illecito in seguito alla lesione di proprie situazioni giuridiche soggettive. A questo rilievo occorre ora aggiungere che le stesse Sezioni Unite, nella sentenza evocata, al fine di delimitare la categoria dei danni riflessi risarcibili, in quanto da reputarsi “immediati e diretti”, hanno fatto ricorso, più che al criterio oggettivo della preesistenza del legame affettivo, al criterio soggettivo dell’identificazione del danneggiato, individuandolo in colui che abbia la “titolarità di una situazione qualificata dal contatto con la vittima, che normalmente si identifica con la disciplina dei rapporti familiari ma non li esaurisce necessariamente, dovendosi dare anche risalto a certi particolari legami di fatto”, occorrendo, quindi, “di volta in volta verificare in che cosa consista il legame affettivo e in che misura la lesione subìta dalla vittima primaria abbia inciso sulla relazione fino a comprometterne lo svolgimento” (cfr. la citata Cass., Sez. Un, n.9556 del 2002, sub Motivi della decisione, pag.23).

La preesistenza della relazione affettiva all’illecito non è dunque elemento necessario del rapporto di causalità giuridica, la quale va valutata alla stregua dell’intensità del legame e dell’incidenza della lesione subita dalla vittima primaria sul suo svolgimento; presupposti della cui sussistenza non può dubitarsi nell’ipotesi in cui la vittima sia il padre della persona già concepita al momento della morte provocata dall’illecito del terzo, avuto riguardo alla peculiarità del legame genitoriale e alla evidente incidenza causale della morte del genitore sulla sua irrimediabile compromissione.

5.4. Va, peraltro, evidenziato con forza che l’ipotesi in cui la pretesa risarcitoria sia esercitata dal soggetto nato dopo la morte del padre naturale provocata dal fatto illecito commesso dal terzo (alla stessa stregua di quella esercitata dal figlio minore già nato al momento della perdita del proprio genitore – madre o padre – provocata dal predetto illecito), diversamente dalle altre fattispecie di perdita o lesione del rapporto parentale, non dà luogo ad una fattispecie di danno “riflesso” o “di rimbalzo (analoga a quella sottoposta all’esame di Cass. n.9048/2018, in cui il risarcimento del danno derivante dalla predetta lesione era stata invocata dai fratelli postumi del soggetto nato con deficit neuromotorio per errore medico).

Diversamente da tali fattispecie, infatti, non viene in considerazione l’ipotesi del pregiudizio sofferto iure proprio da persona diversa dalla vittima dell’illecito, posto che la lesione materialmente imputabile alla condotta del terzo incide direttamente sul diritto al godimento del rapporto genitoriale, cagionando la perdita del “fascio” di situazioni giuridiche soggettive specificantesi – come detto – in peculiari diritti fondamentali della persona del figlio, rilevanti non solo nei confronti dei genitori (quali diritti fondamentali di solidarietà nell’ambito della comunità familiare) ma – in quanto diritti assoluti della personalità, valevoli erga omnes – anche nei confronti dei terzi.

La diretta riconducibilità alla sfera giuridica del figlio, non solo della conseguenze dannose sotto il profilo relazionale e morale, ma, prima ancora, dello stesso evento lesivo cui esse conseguenze sono giuridicamente riconducibili, quale evento materialmente imputabile alla condotta del terzo e immediatamente incidente sui diritti del minore, induce a qualificare le prime quali danni diretti e non “riflessi”, onde neppure si pone, nella fattispecie, la questione della sussistenza, o meno, dei requisiti di estensibilità del concetto di immediatezza di cui all’art.1223 cod. civ. alla categoria dei pregiudizi “di rimbalzo”.

5.5. Né, infine, può in alcun modo incidere sul giudizio di causalità – e, per esso, sulla integrazione di tutti i requisiti costitutivi dell’illecito aquilano – la circostanza che le conseguenze dannose si verifichino in epoca successiva alla condotta illecita e allo stesso evento lesivo.

Si è già evidenziato, infatti, nell’ordinanza interlocutoria del 2 marzo 2026, che non incide, ex se, sul rapporto di conseguenzialità immediata e diretta la circostanza che tra il danno-evento e il danno-conseguenza vi sia una – quantunque rilevante – cesura temporale.

Va qui aggiunto che l’eventualità che le conseguenze risarcibili di un fatto dannoso possano verificarsi anche in epoca di molto successiva alla lesione provocata da quel fatto corrisponde ad una evenienza ricorrente nella fenomenologia dell’illecito civile, come dimostrano la teoriche dei danni futuri, del pregiudizio lungolatente e della prescrizione, la decorrenza del cui termine, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, avuto riguardo al disposto dell’art.2935 cod. civ., postula non solo che si completi, sotto il profilo temporale, la formazione della fattispecie dell’illecito, comprensiva del danno-conseguenza, ma anche che tale ultimo elemento si manifesti oggettivamente e sia soggettivamente percepibile dal danneggiato con l’ordinaria diligenza, perché solo in questo momento, il danneggiato, acquisendo la consapevolezza dell’esistenza, sulla sua sfera giuridica, del diritto di credito risarcitorio, è nella condizione concreta di poterlo esercitare>>.

Revoca del precedente testamento, pure olografo, per incompatibilità delle disposizioni (art. 682 cc)

Cass. Civ., Sez. II, sentenza 9 giugno 2026 n. 18811 – Pres. Orilia, Cons. Rel. Picaro:

<<In tema di successione testamentaria, ove siano prodotti due testamenti olografi del medesimo de cuius, il testamento posteriore, una volta accertatane l’autenticità all’esito del giudizio di querela di falso incidentale, prevale sul precedente limitatamente alle disposizioni con esso incompatibili, ai sensi dell’art. 682 c.c., senza necessità di una revoca espressa. Ne consegue che, qualora il primo testamento abbia istituito un solo erede e il successivo abbia diversamente regolato la devoluzione dei beni ereditari, attribuendo cespiti e denaro a più beneficiari, la successione deve essere regolata secondo la volontà testamentaria più recente, restando assorbite le domande fondate sull’efficacia esclusiva del testamento anteriore, ove non sia dimostrata la falsità materiale del testamento successivo.>>

(massima di Valeria Cianciolo in Ondif)

Risarcibilità del danno morale terminale (o catastrofale)

Cass. sez. III, 29/05/2026, (ud. 28/04/2026- dep. 29/05/2026) – n. 16890, rel Crivelli, in un tragico caso di sopravvivenza di tre ore dopo il sinistro, chiarendo il differente trattamento del danno morale rispetto a quello biologico.

<<8. Con il terzo mezzo del ricorso incidentale si deduce omesso esame di fatti decisivi, per avere la Corte territoriale escluso il danno terminale o catastrofale, nonostante fosse stata provata la lucida agonia del minore e la sua consapevolezza dell’imminente morte. 8.1. Il motivo è manifestamente fondato.

Per escludere nella specie il danno morale catastrofale e biologico terminale, la Corte territoriale ha fatto richiamo dei precedenti di questa Corte, ed in particolare di Cass. 15350/15.

In base a tale arresto, la risarcibilità in questione deve escludersi in caso di morte immediata, in quanto il patrimonio del de cuius non viene neppure incrementato del danno, o di morte dopo brevissimo lasso temporale, per mancanza di utilità del breve spazio vitale. Essa ha poi fatto richiamo all’ulteriore, più specifico principio, per cui la sopravvivenza, ai fini della trasmissione di un danno biologico terminale, deve avere una durata di almeno ventiquattr’ore, mentre sarebbe in ogni caso irrilevante la coscienza della vittima in tale spazio temporale (Cass. n. 18056/19).

La Corte poi aveva accertato, in fatto, che il minore era sopravvissuto solo tre ore al sinistro.

Va in proposito osservato che i ricorrenti incidentali, attori in primo grado, avevano chiesto il risarcimento di tutti i danni sia iure proprio che iure hereditatis.

A proposito di danno iure hereditatis, conseguente ad un decesso causalmente ricollegabile ad un fatto illecito, nella specie alla responsabilità oggettiva derivante da cose in custodia, occorre distinguerne due specie: a) il danno morale terminale, consistente nel pregiudizio subito dalla vittima in ragione della sofferenza provata per la consapevolezza dell’approssimarsi della propria fine, risarcibile in base all’intensità della sofferenza medesima, indipendentemente dall’apprezzabilità dell’intervallo temporale intercorso tra le lesioni e il decesso; b) quello biologico terminale, costituito dal pregiudizio alla salute che, anche se temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, sussiste per il tempo della permanenza in vita, a prescindere dalla cosciente percezione della gravissima offesa all’integrità personale della vittima, ed è risarcibile a condizione che tra le lesioni e la morte intercorra un apprezzabile lasso di tempo (in tal senso, da ultimo, Cass. n. 7923/24). Va dunque affermato il seguente principio di diritto: “In caso di accertata coscienza della vittima di un fatto illecito, il danno morale c.d. catastrofale, consistente nella sofferenza determinata dalla percezione della gravità della propria condizione, fino a quella dell’imminenza della propria fine, va risarcito indipendentemente dalla durata più o meno lunga dell’agonia, rilevando invece l’intensità della percezione in termini di entità del risarcimento medesimo. Da tale danno si distingue invece il danno biologico terminale, che dev’essere risarcito solo in presenza di una sopravvivenza per un tempo apprezzabile e che peraltro prescinde dalla cosciente percezione della propria condizione in capo alla vittima stessa”.

Evidente, dunque, come nella specie, se la decisione assunta – fondata sull’accertamento di una morte avvenuta nell’arco temporale di tre ore -non si discosta dai suddetti principi con riferimento al danno biologico terminale, la stessa invece non risulta conforme agli stessi laddove trascura completamente ogni accertamento relativo alla consapevolezza, da parte della vittima, dell’approssimarsi della propria fine, della gravità della situazione e della conseguente sofferenza, così come più radicalmente di ogni accertamento anche in relazione allo stesso stato di coscienza della vittima in quel frangente.

Invero, partendo dall’accertamento – come sopra chiarito – di una sopravvivenza di circa tre ore, dal compendio istruttorio (cfr. in particolare il verbale dell’udienza del 27 marzo 2018, contenente le dichiarazioni testimoniali, oggetto di adeguato richiamo in ricorso) emerge che il giovane Fr.Pa., dopo il fatto, trovandosi in loco in condizioni gravissime, era perfettamente consapevole della propria situazione e del fatto (tanto da affermare “cosa ho fatto”), da invocare insistentemente aiuto e da lamentarsi dei fortissimi dolori, parlandone con la sorella, presente accanto a lui.

In siffatta condizione, la decisione di esclusione dell’indagine e il conseguente rigetto della relativa domanda costituiscono una aperta violazione dei principi posti a presidio del risarcimento del danno. 9. Col quarto mezzo, sempre del ricorso incidentale dei famigliari della vittima, si deduce violazione degli artt. 2051, 2043, 1227, cod. civ., effettuata dalla Corte territoriale nella quantificazione del danno operando la decurtazione dallo stesso dell’assunto concorso di colpa della vittima>>

Requisiti soggettivo e oggettivo per applicare l’acquisto proprietario ex art. 938 cc (occupazione di porzioni di fondo attiguo)

1) Non integra buona fede la mera situazione di manifesta incertezza;

2) l’acquisto riguarda solo il bene concretamente invadente il fondo vicino, non le sue pertinenze.

Così’ Cass. sez. II, 04/05/2026  n. 12.583, rel. Cortesi.

Giudizio condivisibile, data la natura eccezionale della norma

La prova della captazione testamentaria (art. 624 c.1 c.c.) e la valutazione complessiva dei fatti indiziari provati

Cass. sez. II, 05/05/2026 n. 12.672, rel. Besso Marcheis:

premessa processuale:

<<3. La Corte osserva che il primo e il secondo motivo sono tra loro strettamente connessi e saranno perciò trattati congiuntamente.

Essi sono entrambi fondati, con le seguenti precisazioni. Sia il ricorrente che il controricorrente hanno chiesto in primo grado e poi riproposto in appello di assumere prove testimoniali sui fatti dedotti e controdedotti dai medesimi (vedere i 52 capitoli di prova indicati dall’attore, trascritti alle pagine 4-11 della sentenza, e i 43 capitoli indicati dal convenuto e trascritti alle pagine 13-17 della medesima).

Tali prove non sono state assunte dai giudici di merito che si sono limitati, per quanto in particolare concerne il giudice d’appello, a concludere che, anche a volere ritenute provate le circostanze dedotte dall’attore, non risultavano dimostrate forme di coercizione psichica e di condizionamento tali da influire dolosamente sulla redazione dei testamenti delle sorelle Sa.Lu. e Sa.Ag., così come non sarebbe sufficiente che il De.Ma. e la di lui madre avessero offerto ricovero e assistenza a persone in età avanzata, non potendo tale fatto ritenersi “di per sé inequivocabilmente sintomatico dell’intento di impossessarsi dei beni di tali soggetti coartandone la volontà”.

Tali considerazioni varrebbero – ad avviso del giudice d’appello – anche in relazione alla dedotta inesistenza della capacità di testare delle due sorelle, mancando elementi “idonei a confermare univocamente e incontestabilmente che Sa.Ag. e Sa.Lu. versassero in una condizione di totale incapacità di intendere e di volere”. Sarebbe quindi irrilevante, ad avviso della Corte d’Appello, acquisire conferma del fatto che Sa.Lu. fosse stata trovata svenuta nella sua abitazione, così da essere necessario l’intervento di una ambulanza e il ricovero in ospedale>>.

La SC passa poi a dare la valutazione giuridica:

<< La Corte d’Appello, con tali affermazioni, si è posta in contrasto con l’orientamento di questa Corte che, in riferimento all’art. 624, comma 1, c.p.c., sottolinea come sia necessario considerare l’età, lo stato di salute, le condizioni di spirito del testatore e come vada particolarmente considerato il fatto che il testatore, ove sia affetto da malattie senili, sia più facilmente predisposto a subire l’influenza dei soggetti che lo accudiscono o con cui da ultimo trascorre la maggior parte delle sue giornate (cfr. in particolare Cass. n. 30424/2022).

Questa Corte ha inoltre sottolineato come la prova di una attività captatoria della volontà del testatore non possa normalmente aversi in via diretta, cosicché la stessa può desumersi da comportamenti e atti, altrimenti non comprensibili, del testatore e di coloro che dalla frode stessa vengano a trarre beneficio, cosicché devono ritenersi ammissibili e rilevanti le prove testimoniali dirette a dimostrare il comportamento di chi ha tratto vantaggio dalla frode, per esempio isolando il testatore, specie quando siano improvvisamente cambiati i rapporti tra quest’ultimo e altri soggetti senza alcuna evidente ragione.

Sempre in vista di tale complesso accertamento di fatto, può assumere rilievo il fatto che il testatore sia stato magari indotto a redigere un testamento malgrado avesse già provveduto con precedenti testamenti a curare il trasferimento dei propri beni (vedere in tal senso Cass. n. 4939/1981), soprattutto quando tale modifica è avvenuta in un contesto spazio-temporale che induce a ritenere probabile l’esistenza di possibili raggiri della sua volontà, resa più debole dalle malattie e dall’avanzare stesso dell’età.

Anche in relazione alla prova delle condizioni mentali del testatore, questa Corte ha sottolineato come essa possa essere desunta da elementi presuntivi: l’esistenza di legami affettivi e di intensa frequentazione con soggetti pretermessi nel testamento può infatti assumere efficacia probatoria se associata ad anomalie o incoerenze del testamento ovvero ad altri segnali che rilevino una condizione patologica invalidante (cfr. in tal senso, da ultimo, Cass., n. 9534/2025).

Se è vero che compete al giudice di merito l’apprezzamento dei fatti e delle prove, cosicché questa Corte può solo controllare tale valutazione sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, nel caso in esame il giudice di merito non ha svolto un’adeguata istruzione probatoria in relazione ai fatti dedotti dall’attore, potenzialmente idonei a costituire fonti di presunzioni, e si è limitato a concludere per l’assenza di prove dirette di coartazione della volontà delle testatrici ovvero della loro incapacità di testare. Il giudice di merito, essendosi limitato a valutare l’efficacia probatoria “di per sé” del singolo elemento indiziario, non ha poi considerato che il ragionamento presuntivo va condotto nei due momenti della previa analisi di tutti gli elementi indiziari, onde scartare quelli irrilevanti, e nella successiva valutazione complessiva di quelli così isolati, onde verificare se siano concordanti e se la loro combinazione consenta una valida prova presuntiva (c.d. convergenza del molteplice), non raggiungibile, invece, attraverso un’analisi atomistica degli stessi (v. in particolare Cass. n. 9054/2022).

Nel caso di specie, d’altra parte, vi erano una serie di elementi potenzialmente rilevanti che la Corte d’Appello non ha mostrato di tenere in alcuna considerazione (redazione di due testamenti nello stesso giorno, ad un’età di oltre 90 anni e a due mesi da quello precedente che nominava erede il Vu.Al., senza contare la particolarità del fatto consistito nella permanenza delle due sorelle Sa.Lu. e Sa.Ag. nella casa della madre del De.Ma. in epoca prossima alla morte).>>

Sui presupposti dei provvedimenti di decadenza e limitazione della responsabilità genitoriale

Cass. civ., Sez. I, 22/01/2026, n. 1.448, rel. Russo R. E.

<<I provvedimenti di limitazione della responsabilità genitoriale rappresentano misure implicanti una valutazione di non affidabilità del genitore a curare gli interessi del figlio, sicché postulano un inadempimento dei doveri inerenti alla funzione genitoriale di particolare importanza, che abbia arrecato o sia suscettibile di arrecare al figlio un grave pregiudizio. La pronuncia in materia di responsabilità genitoriale richiede che la valutazione del giudice del merito riposi su fatti concreti e che gli elementi indiziari eventualmente utilizzati nel ragionamento inferenziale abbiano il carattere della gravità, della precisione e della concordanza (Cass. 32004/2025). Inoltre, quando a detti provvedimenti limitativi si accompagna il provvedimento di allontanamento del minore dalla famiglia, si incide sul diritto del minore di vivere nella propria famiglia, e sul diritto dovere dei genitori di prendersi cura dei propri figli e di operare delle scelte educative, sia pure nel rispetto delle inclinazioni ed aspirazioni del figlio stesso.

La adozione di questi provvedimenti deve quindi fondarsi sulla sussistenza di un pericolo per la sana ed armoniosa crescita del minore specificamente accertato come imputabile ai genitori o al contesto familiare in cui il minore vive e deve essere data e ai genitori la possibilità di difendersi dalle contestazioni loro mosse.

6.- La Corte d’Appello non si è attenuta a questi principi, dal momento che ha ritenuto la sussistenza di un grave pregiudizio tale da potere giustificare non solo il provvedimento limitativo della responsabilità genitoriale ma anche l’allontanamento della minore dalla sua famiglia, essenzialmente sulla base di una relazione fatta pervenire dalla scuola ove si riportano dichiarazioni della bambina, su presunti maltrattamenti, rese ad insegnanti non compiutamente identificati.

Sfugge la ragione per la quale si è ritenuto attendibile il racconto indiretto così prospettato e non si è ritenuto invece di approfondire, tramite un ascolto diretto della minore anche a mezzo di un ausiliario con competenze specifiche per ascoltare una bambina dell’età di otto anni, quali fossero gli effettivi bisogni della minore e la sua reale condizione psicofisica; ciò a maggior ragione poiché in seguito, in comunità, sono stati osservati comportamenti sessualizzati e quindi era necessario verificare a cosa fossero dovuti ed a quale contesto riferibili.

Sul punto la Corte d’Appello, con il provvedimento in questa sede impugnato, si è limitata ad una motivazione stereotipata richiamando massime di giurisprudenza senza calarle nel contesto del caso concreto e delle relative esigenze di approfondimento. Né può ritenersi corretto valorizzare una relazione dei servizi sociali veicolata nel processo tramite il curatore, sulla quale non risulta sia stato sollecitato il preventivo contraddittorio.

La Corte d’Appello, sul punto, ricorre a un argomento non del tutto pertinente in quanto rimarca il diritto dovere del curatore di rappresentare gli interessi del minore ed allegare ove in suo possesso documenti rilevanti, ma nulla dice in ordine alla necessità di instaurare il preventivo contraddittorio>>.

AI e diritto di autore: il giudice californiano aparzialmente ammette il fair use nell’uso a fini di training (sul caso Anthropic )

Il giudice William Alsup del Distr. Nord della Califonia, 23 giugno 2025, Case 3:24-cv-05417-WHA,ANDREA BARTZ, CHARLES GRAEBER, and KIRK WALLACE JOHNSON contro Anthropic, esamina a fondo (anche sotto il profilo fattuale) la fattisicpecie dell’uso a fini di “allenamento” delle opeere degli autori attori.

L’esito è per lo più  favorevole all’impresa di AI, tranne che per l’uso dei libri piratati, per i quali il processo prosegue.

<<5. OVERALL ANALYSIS After the four factors and any others deemed relevant are “explored, [ ] the results [are] weighed together, in light of the purposes of copyright.” Campbell, 510 U.S. at 578.
The copies used to train specific LLMs were justified as a fair use. Every factor but the nature of the copyrighted work favors this result. The technology at issue was among the most transformative many of us will see in our lifetimes.
The copies used to convert purchased print library copies into digital library copies were justified, too, though for a different fair use. The first factor strongly favors this result, and the third favors it, too. The fourth is neutral. Only the second slightly disfavors it. On balance, as the purchased print copy was destroyed and its digital replacement not redistributed, this was a
fair use.
The downloaded pirated copies used to build a central library were not justified by a fair use. Every factor points against fair use. Anthropic employees said copies of works (pirated ones, too) would be retained “forever” for “general purpose” even after Anthropic determined they would never be used for training LLMs. A separate justification was required for each use. None is even offered here except for Anthropic’s pocketbook and convenience.
And, as for any copies made from central library copies but not used for training, this order does not grant summary judgment for Anthropic. On this record in this posture, the central library copies were retained even when no longer serving as sources for training copies, “hundreds of engineers” could access them to make copies for other uses, and engineers did make other copies. Anthropic has dodged discovery on these points (e.g., Opp. Exh. 17 at 93–94 (retained); Opp. Exh. 22 at 196 (no limits); Opp. Exh. 30 at 3, 4 (no accounting); see also Opp. 15). We cannot determine the right answer concerning such copies because the record is
too poorly developed as to them. Anthropic is not entitled to an order blessing all copying “that Anthropic has ever made after obtaining the data,” to use its words (Opp. Exh. 30 at 3, 4). (….).

This order grants summary judgment for Anthropic that the training use was a fair use. And, it grants that the print-to-digital format change was a fair use for a different reason. But it denies summary judgment for Anthropic that the pirated library copies must be treated as training copies.
We will have a trial on the pirated copies used to create Anthropic’s central library and the resulting damages, actual or statutory (including for willfulness). That Anthropic later bought a copy of a book it earlier stole off the internet will not absolve it of liability for the theft but it may affect the extent of statutory damages. Nothing is foreclosed as to any other copies flowing from library copies for uses other than for training LLMs>>

(segnalazione di Andres Guadamuz)