La clausole di parità di prezzo, imposta da Booking alle strutture sue clienti, sono illegittime, dice l’antitrust UE

Sono illegittime perchè restrttive senza necessità le calsule di aprità

<< A tal riguardo, per quanto riguarda le clausole di parità ampia, che vietano agli albergatori controparte contrattuale che figurano sulla piattaforma di prenotazione di offrire, sui propri canali di vendita o su canali di vendita gestiti da terzi, camere ad un prezzo inferiore a quello proposto su detta piattaforma, esse non appaiono oggettivamente necessarie per l’operazione principale consistente nella prestazione di servizi di prenotazione alberghiera online, né proporzionate rispetto all’obiettivo perseguito da tale operazione. (…)

64      È vero che, nell’ambito del procedimento principale, è stato sostenuto che le clausole di parità mirano ad impedire, da un lato, ai prestatori di servizi alberghieri di utilizzare in modo sleale e senza corrispettivo i servizi e la visibilità offerta dalla piattaforma di prenotazione alberghiera e, dall’altro, che gli investimenti realizzati nell’elaborazione delle funzioni di ricerca e di comparazione di tale piattaforma non possano essere ammortizzati.>>

Tuttavia non sono “necessarie” secondo l’interpretazione giuriosrueziale:

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Nel caso di specie, la circostanza che l’assenza delle clausole di parità della tariffa imposte dalla piattaforma di prenotazione alberghiera possa eventualmente produrre conseguenze negative sulla redditività dei servizi offerti da tale piattaforma non implica, di per sé, che tali clausole debbano essere considerate oggettivamente necessarie. Una siffatta circostanza, se accertata, sembra riferirsi al modello commerciale seguito dalla piattaforma di prenotazione online, che ha, in particolare, optato per una limitazione del livello delle commissioni dovute dai prestatori di servizi alberghieri affiliati al fine di aumentare il volume delle offerte presentate su tale piattaforma e di rafforzare gli effetti di rete indiretti che ciò genera.

73 Inoltre, il fatto, supponendolo vero, che le clausole di parità della tariffa tendono a contrastare eventuali fenomeni di parassitismo e sono indispensabili per garantire incrementi di efficienza o per assicurare il successo commerciale dell’operazione principale non consente di qualificarle come «restrizioni accessorie», nell’accezione dell’articolo 101, paragrafo 1, TFUE. Tale circostanza può essere presa in considerazione solo nell’ambito dell’applicazione dell’articolo 101, paragrafo 3, TFUE.

74 Sebbene sia di natura relativamente astratta, l’esame del carattere oggettivamente necessario di una restrizione in relazione all’operazione principale può, in particolare, basarsi su un’analisi controfattuale che consenta di esaminare come i servizi di intermediazione online avrebbero operato in assenza della clausola di parità (v., in tal senso, sentenza dell’11 settembre 2014, MasterCard e a./Commissione, C‑382/12 P, EU:C:2014:2201, punto 164). Orbene, dagli elementi del fascicolo di cui dispone la Corte risulta che, sebbene le clausole di parità, tanto ampia quanto ristretta, siano state vietate in diversi Stati membri, la fornitura dei servizi da parte di Booking.com non è stata compromessa>>.

Accordi di delimitazione/coesistenza di marchi tra concorrenti nelle pubblicità on line: non sono anticompetitivi

Il secondo circuito delle corti di appello affronta il tema in oggetto.

La 1-800 Contacts inc. (petitioner, di seguito solo: P.), operante nel settore delle lenti a contatto, aveva iniziato a fare pubblicità on line tramite motori di ricerca. Qui però anche altri concorrenti facevano lo stesso. E Tutti erano soliti fare del key advertising, usando reciprocamente i nomi commerciali altrui.

P. prima iniziava liti verso i concorrenti e poi stipulava con essi  transazioni (una anche con Luxottica) che regolavano la presenza sulle aste online per acquistare spazi pubblicitari nei search engines (spt. Google search, mancao a dirlo).

La prassi è contestata come violazione dello Sherman Act (intesa restrittiva).

Il secondo circuito in appello con sentenza 11.06.2021, Docket No. 18-3848 , 1-800 CONTACTS INC. v. FEDERAL TRADE COMMISSION ,  ribalta la decisione, ravisando la prevalenza di effetti procompetitivi; cioè accoglie gli effetti procompetitivi allegati da P.

I fatti sono a p. 6 ss, di cui riporto il maccanismo di funzionamenot delle asteo cit.: <<Search engines determine which advertisements to display on a search results page based in part on the relevance or relation of the consumer’s search to various words or phrases called “keywords.” Advertisers bid on these keywords during auctions hosted by the search engines. The highest bidders’ ads aretypically displayed most prominently on a page, though search engines consider other factors when determining where to place an ad on a results page, such as an ad’s quality and relevance to a consumer’s search. Search engines generally do not limit the keywords available to advertisers at auction. As a result, competitors often bid on each other’s brand names so that their ad runs when a consumer searches for a competitor. Brand name terms are often trademarked. Via bidding on “negative keywords,” an advertiser may also prevent its ad from being displayed when a consumer searches for a particular keyword. These negative keywords preclude ads from being displayed even when the search engine independently determined that the ad would be relevant to the consumer. The Commission suggests that this is useful when, for example, a retailer selling eyeglasses has bid on the advertising keyword “glasses” but wants to prevent its ad from appearing in response to the term “wine glasses.”>>.

E sulle transazioni stipulate (con le buone o con le cattive, parrebbe …): <<Each of these agreements includes language that prohibits the parties from using each other’s trademarks, URLs, and variations of trademarks as search advertising keywords. The agreements also require the parties to employ negative keywords so that a search including one party’s trademarks will not trigger a display of the other party’s ads. The agreements do not prohibit parties from bidding on generic keywords such as “contacts” or “contact lenses.”2 Petitioner enforced the agreements when it perceived them to be breached. >>, p. 8.

Il giudice ritiene di dover applicare la rule of reason, p. 24 ss.   Gli effetti procompetitivi allegati da P. sono due: <<reduced litigation costs and protecting Petitioner’s trademark rights>>, p. 28.

Il punto più interssante è il secondo. La FTC dice che, non essendoci addebiti di violazione della legge marchi, non va conteggiato come effetto procompetivivo la (miglior) protezione dei marchi.

Il collegio è in disaccordo: <<This was incorrect. Trademarks are by their nature non-exclusionary, and agreements to protect trademark interests are “common, and favored, under the law.” Clorox, 117 F.3d at 55. As a result, “it is difficult to show that an unfavorable trademark agreement creates antitrust concerns.” Id.at 57. This is true even though trademark agreements inherently prevent competitors “from competing as effectively as [they] otherwise might[.]” Id.at 59.>>, p. 28-29.

Anche l’allegazione della FTC, per cui le pretesa di P. di violazione di marchio  contro i concorrenti erano infondate (leggi: abusive), viene respinta: <<The Commission, however, decided that the trademark claims that led to the Challenged Agreements were likely meritless. While it claimed not to be determining the validity of Petitioner’s trademark claims, it did just that by weighing the potential validity of the trademark claims in order to show that Petitioner’s procompetitive justification was invalid.12 Even if the Commission’s analysis of the underlying trademark claims were correct, trademark agreements that “only marginally advance[] trademark policies” can be procompetitive.13Seeid. at 57. Under Clorox, “[e]fforts to protect trademarks, even aggressive ones, serve the competitive purpose of furthering trademark policies.” Id.at 61.That does not mean that every trademark agreement has a legitimate procompetitive justification. If the “provisions relating to trademark protection are auxiliary to an underlying illegal agreement between competitors,” or if there were other exceptional circumstances,14 we would think twice before concluding the challenged conduct has a procompetitive justification. See id. at 60. As in Clorox, however, there is a lack of evidence here that the Challenged Agreements are the “product of anything other than hard-nosed trademark negotiations.15Id. Consequently, we find Petitioner met its burden at step two.>>

Ampia trattazione degli accordi di delimitazione/coesistenza tra marchi in Ricolfi, Trattato dei marchi, Giappichelli, 2015, II, § 195-196, p. 1685 ss